Nel panorama folgorante del Rinascimento, la Bibbia di Borso d’Este rappresenta non soltanto l’apice insuperato della miniatura italiana dell’epoca, ma una vera e propria architettura dello spirito, tradotta in forma e colori d’una bellezza sublime. Realizzato a Ferrara tra il 1455 e il 1461, negli anni cruciali del consolidamento politico dello Stato estense e della transizione verso il titolo ducale, questo monumentale codice in due volumi custodito presso la Biblioteca Estense Universitaria di Modena (Ms. V.G.12 e V.G.13) travalica le funzioni della mera devozione dinastica per farsi manifesto politico, filosofico ed estetico. Borso d’Este, con un investimento economico vertiginoso di oltre 5.500 lire marchesane, non intendeva dotarsi di un semplice codice biblico, ma cercava l’immortalità politica attraverso la bellezza eretta a sistema.


Bibbia di Borso d’Este, Lat.422-423, MS.V.G.12, 1v e 2r. Modena, Gallerie Estensi, Biblioteca Estense Universitaria. Su concessione del Ministero della Cultura
L’opera doveva testimoniare al mondo l’allineamento della casata al disegno divino e la raffinatezza intellettuale di una corte che rivaleggiava con Firenze e Milano. La direzione scientifica e artistica dei lavori venne affidata a Taddeo Crivelli e Franco dei Russi, i quali orchestrarono una bottega straordinaria che comprendeva maestri del calibro di Marco dell’Avogaro, Giorgio d’Alemagna e le prime, aspre intuizioni del giovanissimo Cosmè Tura. Sotto il loro pennello, la pergamena cessa di essere un supporto passivo per mutarsi in uno spazio tridimensionale, dove la rigorosa spazialità geometrica si fonde con le tensioni calligrafiche del tardogotico e con l’esuberanza ornamentale di una natura perennemente risorta. Ciascuna delle oltre milleduecento pagine del manoscritto è concepita come un microcosmo autonomo e coordinato, racchiuso da cornici opulente dove l’oro zecchino brilla accanto ai lapislazzuli più puri, alle malachiti e ai caldi rossi di Kermes. Il testo latino, copiato con una regolarità cristallina, è incorniciato da fregi minuziosi, figure allegoriche, animali reali e fantastici, stemmi, medaglioni, paesaggi che sembrano respirare. Le immagini qui proposte — dieci finestre aperte sul codice — permettono di comprendere la logica interna dell’intera opera. La prima (carta V.G.12 1r), con l’elenco dei libri biblici incorniciato da una fioritura di motivi vegetali, introduce il lettore alla struttura del manoscritto: un ordine perfetto, una tassonomia sacra che si fa ornamento. La seconda (carta V.G.12 1v), con i suoi paesaggi minuziosi e le imprese araldiche, rivela la natura politica del progetto: la Bibbia è anche un libro di governo, un oggetto che parla della legittimità del principe. Nella pagina del Prologo (carta V.G.12 2r), san Girolamo appare al suo scrittoio come garante della tradizione esegetica.


Bibbia di Borso d’Este, Lat.422-423, MS.V.G.12, 5v e 6r. Modena, Gallerie Estensi, Biblioteca Estense Universitaria. Su concessione del Ministero della Cultura
È un’immagine che rivela la consapevolezza filologica dell’officina: la Bibbia non è solo un testo da leggere, ma un sapere da custodire. La vertigine interpretativa di questa impresa tocca il suo zenith nelle celeberrime carte dedicate al Genesi (fogli V.G.12 5v e 6r)). In esse si sviluppa una sequenza narrativa che suscita, oggi come allora, un senso di sacro sgomento. Nella carta 5v, il Creatore si staglia su cieli notturni costellati d’oro e sfere celesti concentriche, mentre sotto di sé si dipana una straordinaria giungla araldica e fitomorfa, popolata da draghi, uccelli esotici e figure nude che simboleggiano le forze primordiali della materia. Nei fogli affrontati del Genesi si manifesta una delle intuizioni più alte dell’intero manoscritto: la creazione del mondo è orchestrata attorno a una doppia colonna azzurra, presente su entrambe le pagine, che si innalza come un pilastro di luce minerale e struttura l’intero dittico. Questo elemento verticale, ottenuto con un blu profondo di lapislazzuli, non è un semplice motivo ornamentale: è un principio cosmologico, un asse che attraversa lo spazio miniato e lo tiene in equilibrio. La narrazione della separazione delle acque, della partizione dei giorni, dell’apparizione degli animali e della formazione dell’uomo si dispone attorno a questo fulcro cromatico, che agisce come un axis mundi: un punto di convergenza tra cielo e terra, tra il gesto creatore e il mondo che prende forma. Le scene dedicate ad Adamo ed Eva (carta V.G.12 6r) mostrano la capacità dei miniatori di fondere teologia e antropologia: la caduta, il lavoro, la nostalgia del Paradiso sono raccontati con una delicatezza che anticipa la pittura ferrarese del secondo Quattrocento. In un’altra pagina, un semplice uccello in un medaglione (foglio V.G.12 250r) diventa simbolo di libertà spirituale, mentre le iniziali istoriate si aprono come portali di colore.

I miniatori non si limitano a descrivere la natura; la reinventano attraverso la lente dello stupore cortese, popolando i margini di unicorni bianchi (foglio V.G.13 250r) che si abbeverano a fiumi edenici, cervi accovacciati nel silenzio del bosco e creature enigmatiche. In particolare, la pagina con l’unicorno, il leopardo e gli uccelli acquatici (carta V.G.13 233v) è una delle più sorprendenti: gli animali non sono decorazioni arbitrarie, ma figure morali, simboli di purezza, forza, vigilanza. Si compie così una simbiosi perfetta tra teologia cristiana e simbolismo ermetico, dove l’osservatore viene invitato a un esercizio di decifrazione intellettuale continuo tra il sacro e il profano. La presenza dell’aquila estense, ripetuta in più miniature, ricorda che la Bibbia è anche un oggetto politico: un libro che parla tanto di Dio quanto del principe che lo commissiona.


Le due pagine evangeliche — l’Incipit di Marco e l’Incipit di Luca — costituiscono uno dei vertici assoluti della teofania visiva del manoscritto. Nel frontespizio di Marco (carta V.G.13 149r), l’evangelista è raffigurato al suo scrittoio, immerso in un’architettura che sembra respirare: colonne, archi e cornici si aprono come un piccolo teatro prospettico, mentre in basso la scena del Battesimo di Cristo si dispiega con una luminosità che vibra d’aria e di colore. È un’immagine che unisce la solidità dottrinale dell’incipit alla rivelazione del mistero cristiano. L’Incipit di Luca (carta V.G.13 157v) si articola come un vero polittico miniato: nel margine sinistro, entro due medaglioni sovrapposti, compaiono san Luca al suo scrittoio e, sotto di lui, un profeta dell’Antico Testamento, a testimoniare il dialogo tra promessa e compimento che struttura l’intero Vangelo. Nel margine inferiore, un loggiato illusionistico si apre come un piccolo teatro prospettico e ospita due episodi cardine della storia della salvezza: l’Annunciazione e la Natività di Cristo. Qui la miniatura raggiunge un’intensità quasi teatrale: la luce scivola sulle vesti, le architetture si dilatano in profondità, l’angelo sembra emergere dalla pagina come presenze vive.


La storia materiale del manoscritto riflette in filigrana la parabola drammatica e avventurosa della stessa dinastia estense. Sopravvissuto alla Devoluzione di Ferrara del 1598, quando la città passò sotto il diretto controllo dello Stato Pontificio, il codice seguì la corte nel trasferimento forzato a Modena, nuova capitale del Ducato. Lì rimase, protetto come il tesoro più prezioso della biblioteca ducale, fino alla tempesta risorgimentale. Nel 1859, di fronte all’imminente collasso dello Stato e all’avanzata delle truppe piemontesi, l’ultimo duca Francesco V d’Asburgo-Este fuggì da Modena portando la Bibbia con sé nell’esilio austriaco, custodendola nei suoi castelli storici. Il capolavoro rischiò di rimanere per sempre lontano dall’Italia, frammentato o alienato sul mercato internazionale. Fu solo nel 1923 che si compì il miracolo del suo recupero: grazie al munifico e patriottico intervento economico del senatore Giovanni Treccani degli Alfieri, l’opera fu riacquistata per l’astronomica cifra di allora e donata solennemente allo Stato italiano, permettendole di tornare nella sua legittima sede modenese, dove oggi è custodita in condizioni di rigorosa conservazione. L’esperienza visiva, intellettuale e interiore offerta dalla Bibbia di Borso d’Este si configura come un esercizio di ascesi percettiva. Se l’uomo del Rinascimento leggeva in queste miniature lo specchio dell’armonia divina del cosmo e il riflesso della stabilità politica dello Stato, l’osservatore contemporaneo è colto da un’ammirazione di natura diversa: una nostalgia profonda per l’assoluto. In un’epoca contemporanea dominata dalla dispersione dei valori estetici, dalla riproducibilità tecnica ipertrofica e dal consumo bulimico di immagini volatili, effimere e digitali, questo codice impone una sosta salvifica. La sua strabiliante densità cromatica e concettuale obbliga la mente alla lentezza della contemplazione, agendo come un baluardo di resistenza spirituale. La Bibbia di Borso d’Este non è semplicemente un cimelio del passato; è un organismo vivente che ci ricorda, con la voce silenziosa dell’oro e del pigmento, che l’arte non è un accessorio della storia, ma la forma più alta, duratura e misteriosa attraverso cui l’umanità tenta di abitare, comprendere e santificare l’universo.
di Domenico Condito
Immagini: Modena, Gallerie Estensi, Biblioteca Estense Universitaria. Su concessione del Ministero della Cultura
Ti ringraziamo per aver letto questo articolo. Se desideri restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui
