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La Cina secondo Vittorio Betteloni

Nel 1910 la Società Geografica Italiana pubblicava un curioso saggio dal titolo Modo di mangiare e vestire dei Cinesi*, firmato da Vittorio Betteloni. Il testo, oggi poco noto, rappresenta una testimonianza preziosa non solo sulla Cina di inizio Novecento, ma anche sul modo in cui un osservatore italiano interpretava un mondo allora lontanissimo e ancora intriso di esotismo.

Suonatori ambulanti

Betteloni appartiene a quella generazione di studiosi e viaggiatori che, tra fine Ottocento e primi del Novecento, contribuirono a costruire un immaginario geografico e culturale sulla Cina. Non si trattava di grandi esploratori in senso classico, ma di intellettuali curiosi, attenti alla vita quotidiana e desiderosi di restituire dettagli concreti più che grandi avventure. Nel suo saggio, infatti, confessa di voler osservare ciò che definisce «il modo di vivere minuto, quello che si scopre alla mensa e nella veste», elementi capaci di raccontare un popolo meglio di tante descrizioni solenni.

Venditore di commestibili in una via di Pechino

Il suo punto di vista riflette inevitabilmente gli stereotipi del tempo: la Cina appare come un luogo “altro”, governato da rituali e usi codificati che sembrano opposti a quelli europei. Ma accanto ai pregiudizi, emerge una sorprendente capacità di osservazione. Betteloni descrive la cucina cinese come varia e raffinata, lontana dall’idea di monotonia che circolava in Europa: «Il cinese non è sobrio per scelta, ma per necessità; appena può, cerca varietà e abbondanza». E ancora, parlando del tè, sottolinea la cura del dettaglio: «Il tè non si beve come semplice infuso, ma come bevanda d’arte, preparata con regole precise e antichissime».

Giovane elegante cinese

Anche l’abbigliamento, che a prima vista poteva sembrare uniforme, si rivela un sistema complesso, fatto di praticità, materiali e simboli di rango. Betteloni osserva come «tutte le giacche e le tuniche hanno lo stesso taglio: la differenza è nei tessuti e nei ricami». Così, un povero poteva indossare cenci rattoppati, mentre un funzionario imperiale si distingueva per «bottoni colorati e quadrati ricamati sul petto e sul dorso, con figure di uccelli o animali simbolici». Una distinzione che permette di cogliere le sfumature sociali all’interno di un’apparente omogeneità. Nel descrivere gli abiti che vede indossare nelle città cinesi, annota: «In Cina l’uomo porta, nella buona stagione, un paio di mutande di cotone… Il petto, la schiena, le braccia sono coperti da una specie di giacca molto larga… Sopra la giacca viene indossata una lunga tunica, che dalle spalle arriva quasi a toccare i piedi».

Mandarino in tenuta estiva

Le donne, invece, indossano pantaloni lunghi e una tunica più corta: «Durante i forti freddi è molto usato una specie di cappellino, posato quasi sulla fronte, tutto adorno di fiori ricamati e artificiali».

Donna mancese con pettinatura tipica e ragazza cinese.

Betteloni nota anche l’uso, in entrambi i sessi, di colli alti fino a dieci centimetri e di sovragiacche corte, e descrive le pesanti vesti invernali «foderate di pelli di montone… spesso portate per anni ed anni senza mai essere lavate». Non mancano cenni agli abiti cerimoniali dei principi mancèsi, caratterizzati da «quattro dischi di 30 cm di diametro… tutti ricamati in oro, con un dragone uscente dal mare».

Principe mancese in abito da cerimonia

Un ampio spazio è dedicato alla descrizione dei banchetti cerimoniali, dove ogni gesto è regolato da codici di cortesia. Betteloni racconta con stupore come «nessuno beve mai solo: si leva la tazza, ci si volge al vicino e si attende che egli beva con noi». Sono pagine che mostrano la meraviglia di un europeo di fronte a un’etichetta tanto rigorosa quanto, a volte, estenuante.

Mandarino cinese in pelliccia e cappello invernale decorato con la penna di pavone

Le fotografie d’epoca, conservate nell’Archivio fotografico della Società Geografica Italiana e attribuite allo stesso Betteloni, completano questo quadro. Volti, scene di strada, banchetti, abiti tradizionali: immagini che restituiscono la materialità di ciò che l’autore descriveva con le parole. Testo e immagini dialogano oggi come allora, offrendo una finestra su un incontro tra culture che, seppur segnato da distanze e fraintendimenti, rappresentava un’occasione unica di conoscenza.

Ciò che rende attuale la lettura di questo testo non è tanto la precisione etnografica, quanto la sua funzione di documento culturale. Attraverso le parole di Betteloni possiamo intravedere il modo in cui gli italiani di inizio Novecento si rapportavano alla Cina: un misto di curiosità, meraviglia e incomprensione. È il riflesso di un’epoca in cui la geografia non era solo scienza, ma anche narrazione, strumento per avvicinare mondi lontani e renderli comprensibili al pubblico europeo. È la testimonianza di un ponte fragile, ma prezioso, tra due mondi che nel 1910 iniziavano a guardarsi con maggiore attenzione.

di Susanna Di Gioia e Caterina Gatta – fotografie: Società Geografica Italiana

* Vittorio Betteloni, Modo di mangiare e di vestire dei Cinesi, in «Bollettino della Società Geografica Italiana», 1910, pp. 38-63

Immagine in copertina: Contadini cinesi – Dall’archivo fotografico della Società Geografica Italiana

Autore

  • La Società Geografica Italiana onlus è un Istituto culturale e associazione ambientalista attiva nella diffusione, nella ricerca scientifica e nella formazione del sapere geografico.Nasce nel 1867 con lo scopo di promuovere il progresso della geografia scientifica, anche attraverso l’organizzazione e il patrocinio di spedizioni in Africa, Sudamerica, Asia centrale e Papuasia. Oggi, tra le attività della Società Geografica c’è anche quella di assicurare e tutelare la valorizzazione del prezioso p...

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