Patrizia Zunino, eclettica artista specializzata nelle creazioni artigianali ha approfondito lo studio dei disegni a china. Si tratta di una tecnica artistica che utilizza l’inchiostro di china, ossia l’inchiostro a base di pigmenti neri di carbone su carta o cartoncino. È celebre per il suo tratto indelebile, il nero profondo e l’altissima resistenza all’acqua. Questa tecnica è da secoli un pilastro della calligrafia orientale, ma è ampiamente impiegata anche in Occidente per l’illustrazione, il disegno architettonico e, soprattutto, il fumetto. Il “ripasso a china”, detto anche inchiostrazione, è la fase fondamentale in cui il disegno a matita viene definito e reso pronto per la stampa.


L’inchiostro è un preparato che si crea unendo coloranti e pigmenti a una base acquosa o oleosa e, nel caso specifico dell’inchiostro di china, al legante acquoso viene unito il pigmento nero di carbone, chiamato anche nerofumo. La preparazione dell’inchiostro, che precede l’esecuzione di una calligrafia o di una pittura, può essere variata in percentuali di aggiunta d’acqua e determina l’intensità dei toni di nero, permettendo di ottenere dei contrasti all’interno della monocromia.


In Europa l’utilizzo dell’inchiostro ebbe un grande impulso nel Medioevo, con la produzione di documenti, codici miniati e mappe geografiche. È stato scoperto attraverso scambi di merce con l’Oriente: i monaci amanuensi e tutta l’attività calligrafica dei monasteri hanno sicuramente contribuito al far sì che aziende nascenti cominciassero a produrli anche in Europa. L’inchiostro detto di china è fabbricato in Europa da moltissimo tempo: Léonor Mérimée l’ha studiato e ne dà la ricetta nel 1830 con una precisione scientifica. Secondo la sua analisi, l’inchiostro di china diventa indelebile grazie ai succhi vegetali che penetrano la carta e fissano su di essa la colla che imprigiona i pigmenti.

Patrizia Zunino così descrive la sua passione e il suo approccio per questa raffinata arte: «Ho imparato a fare i disegni con la china quando frequentavo la Facoltà di Architettura di Genova dove ho appreso la tecnica della fotointerpretazione. Nello specifico, questa metodologia prevede l’uso di una foto architettonica su cui viene apposto un foglio di carta trasparente e si ricalcano sopra pochi dettagli che definiscono il perimetro dell’area che si desidera mettere in evidenza e far risaltare. Gli elementi che vengono trattati e sviluppati attraverso questo sistema possono essere le foto più varie, da quelle di un tetto, di una facciata di un palazzo o di una bifora, e bisogna sempre interpretare l’immagine sulla base delle proprie nozioni acquisite con il tempo e con l’esperienza di studio».


«L’interpretazione delle foto deriva e trae origine dal proprio sapere e l’opera viene svolta a mano libera: infatti, fino a ventisei anni fa non esisteva ancora lo strumento informatico e software professionale di progettazione assistita dal computer AutoCAD. Gli elementi fondamentali che è necessario possedere per creare queste composizioni creative sono la velina, la china, la mano che crea l’opera e la propria bravura tecnico-operativa. Spesso, chi non conosce questa modalità di ricerca artistica, sostiene che sia facile riprodurre dei modelli ricalcando semplicemente la foto originale, ma non è così perché è fondamentale possedere basi di conoscenza architettonica e sapere interpretare la figura nel modo corretto e consono. Il pennarellino di china ha varie numerazioni, si va da quella con la punta più sottile fino a quella più spessa salendo con il sistema numerico. La china nera, con il disegno apposto sulla velina, deve poi essere stampato su un “supporto cartaceo”, come soleva sempre dire la mia Professoressa di Arte della Facoltà Patrizia Falzone che mi ha insegnato tanto».

«Il disegno appare diverso a seconda di come viene stampata la velina in tipografia e il tratto può essere di colore nero oppure marroncino seppia. I disegni, una volta stampati su carta martellata, possono essere acquarellabili, ossia è possibile lasciare il disegno così ottenuto a tratto e, una volta stampato, diventa color seppia per essere poi acquarellato. È importante scattare la fotografia e interpretare il ritratto con le dovute proporzioni e i giusti colori. Amo molto questa tipologia pittorica che ho usato tanto alla Facoltà di Architettura e, successivamente, varie amministrazioni comunali mi hanno chiesto di pubblicare delle cartoline prodotte in questo modo e poi anche dei quadri, di dimensioni maggiori rispetto alle cartoline, che ho esposto in mostre anche a livello internazionale. Ho pubblicato le cartoline dei caruggi liguri e della casa natale di Sandro Pertini, donate alla Presidente della Fondazione di Sandro Pertini, Marina Lombardi, che le custodisce all’interno dell’ente di Stella San Giovanni in provincia di Savona. Questo procedimento artistico sembra all’apparenza una litografia ed è possibile stampare queste opere in tipografia su diversi materiali e supporti a seconda dei propri gusti artistici e delle proprie necessità professionali».
di Isabella Puma
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