Quasi duecento sono le torri che costituiscono l’inestimabile patrimonio storico monumentale, di natura militare, oggi a memoria di un drammatico periodo del nostro passato. Per un’isola come la Sicilia, le cui coste si estendono per oltre mille chilometri, soggetta alle frequenti incursioni dei pirati musulmani, i presidi erano un rudimentale sistema di vigilanza.


Posti lungo la costa siciliana in punti strategicamente fissati segnalavano la presenza nemica mediante l’utilizzo di: “Fani: di notte col fuoco, e di giorno col fumo” ordine emanato da re Pietro II d’Aragona nel 1324 ai giurati della città di Siracusa e poco più tardi nel 1329 da Federico II d’Aragona all’università di Palermo.


“Siccome l’isola è da ogni lato esposta alle incursioni nemiche, ed è naturalmente frontiera dei Barbari, e nel secolo decimoquinto nonché le spiagge diserte, ma sino le più popolate e forti città eran minacciate alle volte ed alcuna fiata assai danneggiate dagli improvvisi assalti degli armatori e dei corsali barbareschi, quindi fu conosciuto d’esser di assoluta necessità che l’Isola per tutto il littorale fosse guernita ed afforzata di torri”. Così scrive il Marchese di Villabianca nella relazione introduttiva del suo trattato sulle Torri di Guardia per li fani o sian fuochi di avviso né littorali della Sicilia.

La più antica erezione è documentata nella diplomatica solo a partire dal XV secolo, anche se esistono due attestazioni precedenti: il Villabianca che a proposito della Torre Stampace, lungo il litorale di Noto, scrive: “edificata ella venne nel 1353 dal fu Blasco di Alagona” e la costruzione della Torre di Sferracavallo nel 1417 sorta da un’iniziativa privata dei proprietari della contrada ai “Colli” preoccupati delle continue incursioni corsare. Altri presidi, anche se non numerosi, cominciarono a sorgere tra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento. Questi, a pianta circolare, erano posti su promontori che consentivano una buona visione ma, non essendo inseriti in un sistema continuo di segnalazioni, offrivano scarsa protezione alla popolazione. Fu solo nel 1549 col Viceré Giovanni de Vega che nacquero le torri costiere diventando un “sistema integrato a protezione dell’Isola”.


Tante ne sorsero in brevissimo tempo, ma la magistrale opera di fortificazione non era ancora completa. Così il 9 aprile 1579 dal Parlamento siciliano venne deliberato: “che si abbiino a fare effettivamente tutte le torri necessarie all’intono delle marine di tutto il Regno e racconciare e raccomodare quelle, le quali essendo in parte commoda per questo servigio, havessero bisogno di riparacione e racconciamento”. La Deputazione del Regno diede incarico all’ingegnere fiorentino Camillo Camilliani, già a Palermo per la collocazione della Fontana Pretoria, realizzata dal padre Francesco. Egli condusse un’accurata ricognizione lungo le coste dell’isola allo scopo di verificare le condizioni difensive dei litorali e le condizioni dei presidi esistenti. Accompagnato dal capitano Giovan Battista Fresco, il Camilliani relazionò puntualmente e segnalò nuove fortificazioni che furono realizzate nell’arco di un decennio. Così nel 1594 l’allora Viceré Enrique de Guzmàn II conte di Olivares poté emanare disposizioni in merito alla dotazione delle torri, sui torrieri e sul modo di eseguire le segnalazioni.


Le torri erano disposte: “intorno al littorale dell’isola con proporzionata distanza, in maniera che una guardi l’altra; onde nell’accostarsi navi o nemiche e di corsali, o amiche, le persone destinate alla custodia di queste torri siano in obbligo di notte di avvisare la città vicina con tanti fuochi quante son le navi vedute nel giorno. La torre poi che le succede vicina corrisponde con altrettanti fuochi, e questa avvisa la seguente, e così di mano in mano una avvisa l’altra; sicché in men di un’ora tutta la Sicilia avvisata si mette in guardia. In oltre, il principale, che presiede ogni torre, è obbligo di portar la notizia alla città vicina”, scrive il Mongitore.



A pianta quadrangolare le torri d’avvistamento differivano notevolmente dai presidi o torri a pianta circolare. Costituite da due piani comunicanti l’inferiore era composto da due ambienti con volta a botte destinati a deposito di legna, polveri e cisterna, il superiore a sua volta era composto da due o tre vani sempre con volta a botte, destinati all’alloggio dei “torrieri”, che potevano essere da due a quattro. Il più grande di questi ambienti aveva accesso, per mezzo di una scaletta, ad una terrazza con parapetti e feritoie dove erano allocati pezzi di artiglieria. Non avevano tutte la stessa struttura perché destinate a funzioni diverse: quelle assegnate alla segnalazione erano dotate solo di mezzi occorrenti alla protezione dei serventi e generalmente con un solo pezzo di artiglieria, le altre, le vere e proprie torri di difesa, erano provviste di armi di grosso calibro e di più personale perché avevano il compito di difendere un tratto di litorale. La loro edificazione non si deve solo dalla Deputazione del Regno, un congruo numero furono erette dalle università litoranee ed altre sorsero su iniziativa di privati. Il Villabianca nella sua opera ne censì 168.


Per tutto il XVIII secolo il governo si preoccupò del loro stato di conservazione predisponendo ripetute ricognizioni. Fortunatamente le incursioni barbaresche, autentico flagello di Dio, che segnarono le coste siciliane nei primi anni del nuovo secolo andarono cessando e solo per poco ancora le torri continuarono ad esercitare la loro funzione di avviso. Gradatamente abbandonate e in gran parte andate in rovina, restano in alcuni luoghi del litorale a testimoniare un drammatico momento della nostra storia.
testo e disegni di Catia Sardella – Le illustrazioni si riferiscono alle torri presenti nel golfo tra Capo Zafferano e Cefalù
fotografie di Giuseppe Romano
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