Parigi, si sa, pullula, nel vero senso della parola, di musei e luoghi dove la cultura si fonde con il paesaggio circostante. Nel cuore del VII arrondissement della capitale francese, tra le facciate solenni dei palazzi istituzionali e l’ombra dorata dell’imponente Hotel des Invalides, il Museo dedicato a Rodin si offre al visitatore come un luogo sospeso nel tempo. Non un museo tradizionale, ma una dimora d’artista, un atelier diffuso, un giardino-laboratorio in cui la scultura sembra respirare insieme alla natura. Il contesto non potrebbe essere più suggestivo: l’Hotel Biron, elegante hôtel particulier risalente al Settecento, e i suoi tre ettari di verde che accolgono, all’aperto, un eccezionale numero di opere, fra le più celebri, dello scultore e pittore francese Auguste Rodin (1840-1917).

Costruito tra il 1727 e il 1732 su progetto dell’architetto Jean Aubert, l’Hotel Biron è un gioiello di architettura rococò. Interni luminosi, boiserie chiare, specchi, parquet intarsiati: una raffinatezza che sorprende per l’armonia con cui si fonde alla materia scultorea di Rodin, così fisica e vibrante. Il palazzo, in origine residenza aristocratica, ha attraversato periodi di abbandono e usi diversissimi, finché nei primi del Novecento divenne studio e rifugio dello scultore parigino. Egli vi si stabilì nel 1908, quando l’hotel era stato trasformato in una sorta di pensione per artisti e personalità del mondo creativo. La luce delle ampie finestre e la fluidità degli spazi conquistarono immediatamente Rodin, che qui modellò, sperimentò e accolse amici e allievi.

Nel 1916, un anno prima della morte, l’artista donò allo Stato francese l’intera sua opera – sculture, calchi, modelli, disegni, fotografie e la propria collezione personale – a condizione che la residenza diventasse un museo a lui dedicato: fu così che il Musée Rodin aprì ufficialmente nel 1919, mantenendo intatto, da allora, lo spirito del luogo.


Il museo conserva una collezione vastissima: 33.000 opere, di cui 6.774 sculture, e la collezione di opere d’arte, che Rodin stesso aveva raccolto, con dipinti di Monet, Renoir, Van Gogh e altri artisti suoi contemporanei (se siete curiosi di vedere il ritratto del famigerato collezionista e mercante d’arte père Tanguy, dovete visitare il Museo Rodin).

Il ritratto di père Tanguy, di Vincent van Gogh
Attraverso le sale del museo si incontrano sculture in gesso, bronzo e marmo, disegni, acquerelli, fotografie e documenti che testimoniano il processo creativo di Rodin in una narrazione che ricostruisce, non tanto una sequenza cronologica, quanto il senso profondo del suo lavoro di artista, la sua ossessione per il gesto, il frammento, il movimento bloccato, eppure vivo.


Qui trovano dimora capolavori che hanno segnato la storia dell’arte moderna. Le Baiser (Il Bacio), con il suo marmo levigato che sembra quasi vibrare, è forse l’emblema della sensualità rodiniana: due figure abbandonate in un sensuale abbraccio che supera la staticità classica.

Diversa, quasi opposta, l’energia tormentata del monumento dedicato a Honoré de Balzac, in cui Rodin non cerca tanto la somiglianza fisica, quanto un ritratto dell’anima, un blocco compatto e possente che incarni la “furia” creativa dello scrittore.

E poi, ancora, i gessi preparatori, le teste e i numerosi studi dedicati alle mani. Rodin lavorava con un linguaggio moderno e libero dai dettami del classicismo accademico. La vera magia del museo, però, si sprigiona all’esterno. Il giardino, esteso e articolato, non è un semplice complemento al palazzo: è parte integrante dell’identità del museo, un teatro naturale in cui le sculture acquistano una vita autonoma. Qui la luce cambia costantemente e con essa il senso delle opere, che appaiono ora minacciose, ora contemplative, ora quasi intime. Il percorso all’aperto si snoda tra viali di tigli, roseti, prati aperti e zone più ombrose. In mezzo alla vegetazione, come apparizioni, emergono alcune delle icone assolute dell’opera di Rodin.

Le Penseur (Il pensatore), collocato su un sobrio piedistallo, domina l’orizzonte come una figura isolata e meditativa. Poco oltre, la monumentale Porte de l’Enfer (Porta dell’inferno) spalanca il suo universo di figure contorte e tormentate, un vortice di corpi che Rodin sviluppò in oltre trent’anni di lavoro. Sopra la porta, le tre figure identiche delle Trois Ombres (Tre ombre) puntano il braccio verso il basso, inchiodando lo sguardo del visitatore.

Passeggiando per il giardino, si percepisce quanto Rodin avesse intuito il valore del contesto. Le sue sculture respirano all’aperto, immerse in un paesaggio in movimento, illuminate da un sole che ne scava le superfici, accompagnate dal fruscio degli alberi e la collocazione non è casuale: ogni opera occupa uno spazio pensato per intrecciare una relazione visiva con le architetture circostanti e con le linee stesse del giardino. Per questo la visita al Museo Rodin non è soltanto culturale, ma esperienziale. Le opere non si guardano soltanto: ci si muove attorno a esse, si scoprono dettagli da punti di vista differenti, ci si lascia sorprendere e ammaliare dalla loro presenza fisica, mentre si cammina rapiti seguendo un percorso ideale.

Il Museo Rodin è un luogo vivo, che conserva intatta la poetica del suo fondatore. Varcarne la soglia significa in qualche modo entrare nella mente dello scultore: nella sua casa, nel suo laboratorio, nel suo giardino interiore. Un museo che unisce architettura, arte e natura in un equilibrio raro, e che continua a parlare, con voce sempre attuale, del potere della forma e della materia.

Testo e fotografie di Claudia Di Battista
