Orfeo e Euridice è un mito fondante della civiltà occidentale, nato in quel mar Mediterraneo dal quale sono nate Minerva e Venere, ossia la sapienza, l’arte e l’amore. L’Orfeo nella versione di Ovidio, pur mantenendo intatta tutta la sua potenza drammaturgica, ritorna in una nuova veste grazie a un recital multimediale ideato e diretto da Beppe Mecconi: uno spettacolo che unisce varie realtà artistiche e supera le barriere tra le arti, spaziando dalla prosa, alla musica, alla danza, all’arte visiva. Partendo dal racconto tratto da Le Metamorfosi di Ovidio, diviso in venti fasi, la poetessa Sonia Vatteroni, prendendone ispirazione, ha scritto altrettanti testi, e il risultato è eccezionale. I venti brani poetici sono di una bellezza e potenza straordinarie. Lavorando su quelli, i tre maestri Oliviero Lacagnina, Egildo Simeone (che ci ha lasciati un anno fa) e Livio Bernardini, hanno realizzato altrettanti brani musicali arrangiandoli poi armoniosamente insieme. Mecconi e Simeone hanno realizzato venti dipinti, dieci ognuno, che illustrano i vari momenti della vicenda e vengono proiettati nel corso del recital.


Nel susseguirsi dei vari momenti dello spettacolo, la musica, le parole, le canzoni, le luci, le proiezioni coinvolgono il pubblico nella vicenda di Orfeo alla ricerca di Euridice in un allestimento scenico minimale, mentre le coinvolgenti coreografie prendono vita amalgamandosi con le parole, la musica e le canzoni. Lo spettacolo vuole riportare il mito a una dimensione di rito/riflessione contemporanei. La storia di Orfeo e Euridice è una storia di amore e di morte, uomini e donne temono in ugual misura questi sentimenti, perché entrambi impossibili da controllare. Il mito di Orfeo racconta una trasformazione e una sfida: Euridice è morta ed è nell’Ade, Orfeo scende nell’Oltretomba per riaverla, ma dopo aver superato tutte le sue paure, soccombe all’ultima prova, quella in apparenza più semplice: si volta e la guarda, perdendo il suo amore per sempre. Perché si è voltato? Lo splendore di questo mito sta nella complessità della risposta. In molti, filosofi e poeti, hanno cercato una risposta, e ancora la si cerca.


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Di seguito, un’interpretazione del mito offerta da Vanessa Isoppo, psicologa e psicoterapeuta specializzata in Psicoterapia dell’approccio centrato sulla persona e Scienze criminologico-forensi.
«O dei, che vivete nel mondo degl’Inferi, dove noi tutti, esseri mortali, dobbiamo finire, se è lecito e consentite che dica il vero, senza i sotterfugi di un parlare ambiguo, io qui non sono sceso per visitare le tenebre del Tartaro o per stringere in catene le tre gole, irte di serpenti, del mostro che discende da Medusa. Causa del viaggio è mia moglie: una vipera, che aveva calpestato, in corpo le iniettò un veleno, che la vita in fiore le ha reciso. Avrei voluto poter sopportare, e non nego di aver tentato: ha vinto Amore! Lassù, sulla terra, è un dio ben noto questo; se lo sia anche qui, non so, ma almeno io lo spero: se non è inventata la novella di quell’antico rapimento, anche voi foste uniti da Amore. Per questi luoghi paurosi, per questo immane abisso, per i silenzi di questo immenso regno, vi prego, ritessete il destino anzitempo infranto di Euridice! (…) Si dice che alle Furie, commosse dal canto, per la prima volta si bagnassero allora di lacrime le guance. Né ebbero cuore, regina e re degli abissi, di opporre un rifiuto alla sua preghiera, e chiamarono Euridice.» (Ovidio, Metamorfosi X, 11-77)

Persino la fiaccola che impugnava sprigionò soltanto fumo, provocando lacrime, e, per quanto agitata, non levò mai fiamme.
Presagio infausto di peggiore evento
(Illustrazione di Egildo Simeone)
Anche il poeta Virgilio nel decimo libro delle Metamorfosi racconta la storia di Orfeo ed Euridice e con lui molti, molti altri fino ai giorni nostri. Questa la storia: Aristeo, uno dei tanti figli di Apollo, amava perdutamente Euridice e, sebbene il suo amore non fosse corrisposto, continuava a rivolgerle le sue attenzioni fino a che un giorno ella, per sfuggirgli, mise il piede su un serpente, che la uccise col suo morso. Orfeo, lacerato dal dolore, scese allora negli inferi per riportarla nel mondo dei vivi. Raggiunto lo Stige, fu dapprima fermato da Caronte: Orfeo, per oltrepassare il fiume, incantò il traghettatore con la sua musica. Sempre con la musica placò anche Cerbero, il guardiano dell’Ade. Raggiunse poi la prigione di Issione, che, per aver desiderato Era, era stato condannato da Zeus a essere legato a una ruota che avrebbe girato all’infinito: Orfeo, cedendo alle suppliche dell’uomo, decise di usare la lira per fermare momentaneamente la ruota, che, una volta che il musico smise di suonare, cominciò di nuovo a girare.

(Illustrazione di Beppe Mecconi)
L’ultimo ostacolo che si presentò fu la prigione del crudele semidio Tantalo, che aveva ucciso il figlio Pelope (antenato di Agamennone) per dare la sua carne agli dèi e aveva rubato l’Ambrosia per darla agli uomini. Qui, Tantalo è condannato a rimanere legato a un albero carico di frutta e immerso fino al mento nell’acqua: ogni volta che prova a bere, l’acqua si abbassa, mentre ogni volta che cerca di prendere i frutti con la bocca, i rami si alzano. Tantalo chiede quindi a Orfeo di suonare la lira per far fermare l’acqua e i frutti. Suonando però, anche il suppliziato rimane immobilizzato e quindi, non potendo sfamarsi, continua il suo tormento. A questo punto l’eroe scese una scalinata di mille gradini: si trovò così al centro del mondo oscuro, e i demoni si sorpresero nel vederlo. Una volta raggiunta la sala del trono degli Inferi, Orfeo incontrò Ade e Persefone e, per addolcirli, diede voce alla lira e al canto. Le sue parole fecero leva sulla commozione, evocando la gioventù perduta di Euridice e l’enfasi di un amore impossibile da dimenticare e sullo straziante dolore che la morte dell’amata ha procurato. Orfeo assicurò anche che, quando fosse venuta la sua ora, Euridice sarebbe tornata nell’Ade come tutti. A questo punto Orfeo rimase immobile, pronto a non muoversi mai più da lì finché non fosse stato accontentato.

(Illustrazione di Egildo Simeone)
Mossi dalla commozione, che colse persino le Erinni, Ade e Persefone acconsentirono al desiderio ponendo però la condizione che Orfeo avrebbe dovuto precedere Euridice per tutto il cammino fino all’uscita dell’Ade senza voltarsi mai all’indietro. Esattamente sulla soglia degli Inferi, forse temendo che lei non lo stesse più seguendo, Orfeo non riuscì più a resistere al dubbio e si voltò per assicurarsi che la moglie fosse dietro di lui. Avendo rotto la promessa, Euridice viene restituita all’istante all’Oltretomba. Orfeo vide scomparire la giovane moglie e si disperò, sapendo che non l’avrebbe mai più rivista. Decise allora di non desiderare più nessuna donna dopo la sua Euridice. Tornato sulla terra, espresse il dolore fino ai limiti delle possibilità artistiche, incantando nuovamente le fiere e animando gli alberi. Secondo Ovidio, pianse ininterrottamente per sette giorni, mentre Virgilio aumenta il numero a sette mesi.

(Illustrazione di Beppe Mecconi)
A distanza di secoli, questo mito ha infiammato i cuori, e le mani, di un gruppo di artisti liguri che hanno deciso di mettere in scena uno spettacolo dedicato a questa storia, unendo poesia, recitazione, canto, musica, danza, pittura. Insomma, un florilegio di bellezza che ha incantato e incanta tutti coloro che hanno la fortuna di assistere a questa rappresentazione. Io sono stata tra questi e le emozioni che ho provato ancora mi sono rimaste dentro a distanza di anni. Lo spettacolo è in qualche modo “immersivo”, la Bellezza ti avvolge senza che tu possa sfuggirvi: puoi chiudere gli occhi ma senti le parole e la musica, puoi tapparti le orecchie ma vedi la danza e i quadri che scorrono alle spalle degli artisti. Insomma, un assedio, l’unico assedio, quello dell’Arte in ogni sua forma, che dovrebbe essere consentito, soprattutto in questo momento storico in cui venti di guerra spirano da più parti. Ma da psicoterapeuta non posso non interrogarmi su questo mito, sul suo significato e su una chiave di lettura che nel mio caso ha la sua interpretazione inevitabilmente nell’oggi. Non sono pochi i colleghi, ben più illustri di me, che ne hanno dato una loro interpretazione personale; poeti, scrittori e musicisti hanno rivisitato questo mito con la loro sensibilità. Le interpretazioni più ricorrenti sono quelle che lo considerano un’esplorazione dell’amore profondo e del dolore della perdita, con la difficoltà di accettare la morte e il desiderio di sconfiggerla.

(Illustrazione di Egildo Simeone)
Parallelamente, la discesa di Orfeo tra gli inferi può essere vista come una metafora del viaggio interiore, della ricerca di sé e della trasformazione personale. Il fallimento di Orfeo potrebbe rappresentare la difficoltà di affrontare le proprie ombre e di accettare il cambiamento. Tutto vero ma ogni cosa che si legge diventa una sorta di test proiettivo dove ognuno di noi vede e quindi “proietta” parti del proprio vissuto. Non nascondo che a una prima lettura anche a me il gesto di Orfeo appare come il trionfo dell’amore: così ansioso di vedere come sta Euridice, se lo sta seguendo, se è davvero dietro di lui che si volta e, voltandosi, ne decreta la morte. Sapeva benissimo che sarebbe accaduto.

(Illustrazione di Beppe Mecconi)
Orfeo ha fatto l’unica cosa che non avrebbe dovuto fare, inficiando con un semplice gesto tutta la fatica spesa per arrivare a quel momento: il dolore per la morte di Euridice, la discesa agli inferi, la speranza regalata da Ade, tutto vanificato. Perché? Per urgenza d’amore? Può essere. Può essere questo e molto, molto altro. Tutto quello che è stato scritto, ogni interpretazione che ne è stata data ha valore ed è legittima. Non fosse altro che, come sopra detto, ogni interpretazione si porta dietro un po’ del proprio sé. Ma. Ma se lo sguardo di Orfeo fosse una pistola puntata? Orfeo ha ucciso con uno sguardo, oggi troppi uomini uccidono le donne che dicono di amare con le proprie mani, nude o armate in modo diverso.

(Illustrazione di Egildo Simeone)
Ogni viaggio, si sa, ci cambia e al ritorno difficilmente siamo le stesse persone che eravamo prima di partire. Ci cambia un viaggio a Parigi, come un viaggio in Sicilia. Chissà un viaggio negli inferi quale potente cambiamento ha il potere di scatenare in chiunque. Un uomo innamorato è disposto a scendere all’inferno per riportare in vita la propria sposa. E se le esperienze che vive gli fanno cambiare prospettiva? E se crede di volere fortemente il ritorno in vita di Euridice al punto da affrontare l’inferno (e non è una metafora) ma, una volta raggiunto lo scopo, si rende conto che non è quello ciò che il nuovo Orfeo desidera? Non è la vita coniugale che lo interessa più, non è Euridice che ama ancora. Ancora, Van Gogh avrebbe espresso la sua arte con la potenza che gli è propria, senza la sua dannazione, l’alcol, i suoi fantasmi? Parimenti un amore felice, nello specifico il lieto fine per questa coppia, sarebbe stato di uguale ispirazione per Orfeo? È lecito pensare che senza questa fine drammatica, questa storia nata e innaffiata dalle lacrime di disperazione dello sposo, non sarebbe stata altrettanto efficace, mancando essenzialmente del colpo di scena finale: quando il mondo ritiene ormai salva Euridice… lo sventurato l’uccise. Con uno sguardo.

(Illustrazione di Beppe Mecconi)
Sicuramente non l’avrebbe mai uccisa a mani nude ma è bastato davvero poco, nulla: è bastato uno sguardo, un ultimo sguardo con cui magari implorare silenziosamente il perdono ed Euridice muore. Questa volta per sempre. Questa volta lasciando un uomo molto meno disperato e più consapevole. Forse più libero. Oppure, lasciando un uomo che ha accettato di pagare con la disperazione il prezzo della fama eterna, fama che forse non avrebbe raggiunto perché la felicità, si sa, non ha la stessa potenza propulsiva della disperazione. Quindi Orfeo è banalmente un uomo che si è accorto di non volere una vita accanto a Euridice. O un artista, un femminicida, consapevole che sarebbe stata la disperazione e non la gioia coniugale a regalargli l’immortalità. Forse non è del tutto vero che esistono solo indagini imperfette. Forse il delitto perfetto esiste o, quanto meno, è esistito.
Immagine in copertina: “Anche Euridice sarà vostra, quando sino in fondo avrà compiuto il tempo che gli spetta: in pegno ve la chiedo, non in dono. Se poi per lei tale grazia mi nega il fato, questo è certo: io non me ne andrò: della morte d’entrambi godrete”
Illustrazione di Beppe Mecconi
