Nella primavera di quasi sei secoli fa Pietro Querini, veneziano, mercante, nobile, non se la passa benissimo. Il peggio sembra superato: dopo il freddo e la fame vissuti sulla spiaggia di una delle isole Lofoten, nel grande nord, lontanissimo da casa, viene salvato e ospitato dai pescatori di Røst. È in Norvegia con quello che resta del suo equipaggio partito il 15 aprile del 1431 da Candia (oggi Creta), ma lui non lo sa. Il naufragio e le correnti lo hanno portato fuori strada. Eppure ha appena tracciato una delle rotte più estreme dell’epoca e consegna a Venezia un’altra vittoria sul mare. Un’impresa che ricorda quella di Marco Polo e la sua Via della Seta: Querini punta la prua a nord e arriva oltre il circolo polare artico cinquecento anni prima di Roald Amundsen (che ci riesce in volo nel 1926).

A guidare il veneziano è la fame di avventura e conoscenza. Lo stesso richiamo del mare che esercita sui mercanti della Serenissima un fascino irresistibile, trascinandoli a migliaia di chilometri da casa. Conta, certo, anche la sete di guadagno: i commerci e gli scambi fanno la fortuna di molte famiglie in laguna. Querini o, come ama firmarsi lui, Piero Quirino non è da meno. In realtà il freddo nord non era nei piani. Il mercante salpa a bordo di una cocca da mar grande (una nave da trasporto) con sessantasette uomini di equipaggio e un carico prezioso: la stiva custodisce vino Malvasia di sua produzione, olio d’oliva, uva passa, cotone e merci di pregio. Destinazione: le Fiandre. Poche settimane di viaggio, circumnavigando Spagna e Portogallo e puntando a nord, dovrebbero bastare per raggiungere la destinazione. Ma le cose, come spesso succede, non vanno secondo i piani: a dire la verità va tutto storto.

La traversata è segnata da una lunga serie di imprevisti, guasti alla nave, tempeste che lo portano fuori rotta, oltre Capo Finisterre e poi al largo della costa irlandese. Calate le scialuppe di salvataggio, l’equipaggio abbandona la nave ormai ingovernabile. In balia delle onde e del freddo intenso i superstiti vengono trascinati oltre il circolo polare artico. Toccano terra il 6 gennaio, su un’isola apparentemente deserta, senza cibo e in condizioni estreme. Dopo undici giorni i naufraghi vengono salvati dai pescatori di Røst e trovano ospitalità nel piccolo villaggio dove restano per cento giorni prima di tornare per vie diverse a casa. Per Pietro sarà la Svezia, poi l’Inghilterra, le Fiandre, la Germania e la Svizzera.

A Venezia li credono morti. Così grande è la sorpresa quando Pietro Querini fa ritorno con molto da raccontare: usi, costumi, abitudini di popoli sconosciuti che abitano il grande nord. E poi nuovi rapporti commerciali e cibo, come lo stoccafisso che entra nelle ricette e nei menù lagunari (dove spesso è impropriamente definito baccalà). Querini racconta di come il pesce essiccato al sole, senza l’ausilio di sale, si conservi, garantendo la sopravvivenza nella stagione fredda.
Scrive anche, perché ha imparato che solo la pagina scritta può rendere un uomo immortale. Per fortuna, verrebbe da dire. Possediamo una relazione di quarantasei pagine a sua firma in cui racconta al Doge le nozioni geografiche apprese. Un tesoro di informazioni per la navigazione veneziana. Una storia di coraggio, intraprendenza e grande resilienza. Se sopravvive, Querini lo deve alla sua forza d’animo non comune. E a quello che oggi definiremmo problem solving. È un uomo pratico che sa come cavarsela anche nelle situazioni più difficili. Oggi il diario è conservato alla Biblioteca Vaticana e in copia alla Biblioteca Nazionale Marciana, nella sua Venezia.

Lui che arriva dalla luce mediterranea, descrive la notte artica. “Per tre mesi l’anno, cioè dal giugno a settembre, non vi tramonta il sole, e nei mesi opposti è quasi sempre notte”. E la gente: “Gli isolani, un centinaio di pescatori, si dimostrano molto benevoli et servitiali, desiderosi di compiacere più per amore che per sperar alcun servitio o dono all’incontro”. Anche i suoi ufficiali, Cristoforo Fioravante e Nicolò de Michiel affidano i ricordi del viaggio alla penna dell’umanista fiorentino Antonio di Corrado de Cardini. Dai due manoscritti attingono studiosi, scienziati e geografi. E narratori.

Recente è la trascrizione in forma romanzata a duplice firma del giornalista de “La Stampa” Franco Giliberto e del capitano di lungo corso Giuliano Piovan intitolata Alla larga da Venezia per Marsilio (2020). A loro dobbiamo una descrizione di Pietro, forse inventata, ma plausibile: “Sapeva di non essere un bell’uomo Quirino, e ciò non gl’importava. Aveva un volto insignificante, troppo regolare, incorniciato da una zazzeretta di capelli castani striati di bianco. A dargli un certo fascino erano il colorito bruno e le sottili rughe disegnate dal mare, dal sale, dal vento; e gli occhi scuri con riflessi grigiastri, attenti, penetranti, capaci di catturare e dominare anche l’interlocutore più smaliziato”.

A quest’uomo si deve la Via Querinissima, strada culturale nata per volontà della Regione Veneto nel 2022 e filo rosso che lega l’Europa attraverso undici paesi: Italia, certo, e poi Grecia, Spagna, Portogallo, Città del Vaticano, Irlanda, Norvegia (dove esiste un parco letterario dedicato all’incontro tra veneziani e pescatori locali), Svezia, Inghilterra, Germania, Svizzera. Dal 2025 c’è anche la prima guida completa di itinerari, curiosità e informazioni turistiche sulle tracce di Pietro Querini. Ne fanno parte istituzioni, università, scuole, comuni, enti turistici e comunità locali. Tutti condividono i valori di un viaggio incredibile a metà tra storia e leggenda: dialogo culturale, scambio, accoglienza, solidarietà e cooperazione tra popoli, senza pregiudizi. Tutti soccombono al fascino dell’eredità di un uomo che da più di cinquecento anni riesce a unire genti e paesi.
di Antonella Gonella
In copertina: fotografia parchiletterari.com/parchi/pietro-querini-063/itinerari.php
