Attrazione e timore caratterizzano da sempre il rapporto tra l’uomo e il mare, ambiente imprevedibile, insidioso ed emozionante allo stesso tempo. Per esorcizzare la paura e assicurarsi l’appoggio degli elementi, fin dall’antichità vennero costruiti dei piccoli altari su cui venivano fatti sacrifici alle divinità del mare e del vento, spesso rappresentate da piccole sculture o dipinti. Presso la civiltà egizia divenne usuale dipingere un occhio sui due lati della prora, che aveva il compito di “guidare” la nave verso i branchi di pesci o in acque sicure. In entrambi i casi si trattava di riti scaramantici, come anche il vello di agnello sulla prua dei trabaccoli adriatici, animale sacrificato al mare con lo scopo di calmarne la furia.


A partire del III millennio a.C. le prue e le poppe vennero abbellite con piccole e grandi sculture che riproducevano animali o fiori, che diventavano il segno distintivo della nave e ne determinavano il nome. A quei tempi non era infatti usuale che i marinai sapessero leggere e, tra tante barche simili, la polena era l’unico modo per riconoscere la propria. Mentre i Romani introdussero come polene le divinità del mare per ingraziarsele, i Vichinghi prediligevano serpenti e draghi per terrorizzare gli avversari; poi, nel Medioevo, cambiò la forma della nave e della prora, così la polena cadde in disuso, fino all’invenzione della caracca in Atlantico e della galera in Mediterraneo, sotto il cui bompresso facevano bella mostra fregi e decorazioni che finirono per accogliere nuovamente le polene: mostri, figure sensuali, condottieri, sovrani o santi.


Il trattato di Jeffrey Bhytane del 1543 spiegò come fosse opportuno decorare le navi con fregi e polene per onorare la bandiera nazionale, così la pratica della polena tornò di moda sia per le navi mercantili che per quelle militari. Iniziò una sorta di gara a chi aveva la polena più bella o più grande per ostentare la potenza dell’armatore, spesso il sovrano, finché alla fine del XVI secolo, in concomitanza con il periodo “barocco”, le polene raggiunsero dimensioni così grandi da mettere in pericolo la stessa stabilità della nave e dovevano pertanto essere smontate per affrontare la navigazione in sicurezza. Dovettero addirittura intervenire i governi con leggi e ordinanze per limitarne le dimensioni.

Nella seconda metà dell’Ottocento, a seguito della Seconda rivoluzione industriale, cambiò nuovamente la struttura della nave, che venne costruita in ferro e con propulsione a vapore; la prora divenne perpendicolare all’acqua o addirittura a sperone, senza più lo spazio protetto per la polena. Con le polene scomparvero l’attrezzatura velica, il bompresso, i fregi e la serpa di prora. Sulle navi italiane la polena venne sostituita da una stella a cinque punte fissata sul dritto di prora, che richiamava la stella dello stemma sabaudo, in seguito acquisito dalla Repubblica come simbolo dello Stato e delle Forze Armate. Ancora oggi le navi militari italiane hanno una stella a cinque punte saldata sul dritto di prora, dipinta di bianco con contorno rosso.

Le polene erano sculture lignee delle essenze diffuse nella zona dei cantieri di costruzione, caratterizzate da basso peso specifico come olmo, quercia, pitch-pine, castagno, ontano. Le tavole destinate alle costruzioni navali venivano trattate per resistere all’attacco del marcio e dei tarli, immergendole a lungo in acqua di mare affinché si impregnassero di sale. La polena veniva poi coperta con una vernice molto densa, la “biacca”, che la proteggeva dagli agenti marini e atmosferici, e poi dipinta. Sulle navi militari erano ammessi soltanto il colore bianco, verde scuro e dorato, che richiamavano il marmo, il bronzo e l’oro ad impreziosire i soggetti raffigurati, in genere sovrani, personaggi mitologici o santi, mentre le navi mercantili sfoggiavano polene variopinte e soggetti allegorici vari.

La Sala Polene del Museo Navale della Spezia ospita ventotto polene posizionate su una trave curva di legno, che richiama il dritto di prora di una nave a vela, in posizione incombente sul visitatore e lo sguardo rivolto all’orizzonte, come lo erano in realtà. È stata realizzata nel 2017 su progetto dello Studio Ricco e Neri della Spezia, coadiuvato dal direttore del museo e dalla Soprintendenza Regionale della Liguria, e rappresenta una unicità a livello mondiale per l’emozione e il fascino che emana, che catturano ogni visitatore. Le polene provengono in gran parte dalle navi delle Marine preunitarie italiane, della Regia Marina e della Marina Austroungarica; due di esse sono state rinvenute in mare e sono pertanto le uniche di cui non si conosce la storia della nave e dell’equipaggio di cui hanno fatto parte. Molte di loro hanno partecipato a eventi storici risorgimentali, talvolta su fronti avversi, come per la Spedizione dei Mille del 1860 e la Battaglia di Lissa del 1866.

Ancora oggi la manutenzione e il restauro delle polene delle navi scuola a vela della Marina Militare, navi Amerigo Vespucci, Palinuro e Italia, viene svolta con cura e competenza da parte di pochissimi operai specializzati dell’Arsenale della Spezia, ormai prossimi al pensionamento, e da alcuni marinai che hanno imparato da loro l’arte della manutenzione del legno e dell’applicazione della “foglia d’oro”.

La visita del Museo Navale della Spezia ha il sapore della ricerca del tempo andato e non lascia mai delusi perché il fascino emanato dalla cospicua varietà delle collezioni esposte è in grado di rispondere alle aspettative anche di chi non è strettamente appassionato di tecnologia e storia militare, alle quali fanno riferimento le altre collezioni del museo.
di Silvano Benedetti – fotografie di Roberto Besana
Si ringrazia per la preziosa collaborazione il Museo Tecnico Navale della Spezia, nella persona dell’Ammiraglio Leonardo Merlini
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