C’è una porta chiusa da quasi un secolo che continua a esercitare un fascino straordinario sull’immaginazione collettiva. È quella che nel novembre del 1922 Howard Carter riuscì finalmente ad aprire nella Valle dei Re, dopo anni di ricerche e di scavi. Dietro quella porta apparve uno dei tesori archeologici più celebri di tutti i tempi e, con esso, il nome di un giovane sovrano destinato a diventare il faraone più famoso dell’antico Egitto: Tutankhamon.

È proprio da quella scoperta, e dal mistero che ancora oggi la circonda, che prende avvio la mostra “Tutankhamon: La tomba, il tesoro, la maledizione”, che dal 3 ottobre 2026 al 2 maggio 2027 è ospitata nelle sale di Palazzo Belloni, in via de’ Gombruti, nel cuore storico di Bologna. L’esposizione arriva sotto le Due Torri dopo le precedenti tappe del progetto in diverse città italiane e propone al pubblico un viaggio nella storia del giovane faraone attraverso un percorso costruito per unire archeologia, ricostruzione scenografica e tecnologie immersive.

Non si tratta di una mostra di reperti originali provenienti dalla tomba di Tutankhamon. Il cuore dell’esposizione è costituito da oltre cento riproduzioni ufficiali dei più importanti oggetti del corredo funerario, presentate dagli organizzatori come copie certificate dal Ministero delle Antichità Egiziane. Una scelta che acquista particolare significato proprio oggi, quando il patrimonio di Tutankhamon è stato riunito al Grand Egyptian Museum del Cairo, inaugurato nel 2025. Gli originali, infatti, non sono più destinati a viaggiare come accadeva in passato. Le riproduzioni diventano quindi uno strumento per avvicinare il grande pubblico a un patrimonio che, per ragioni di conservazione e sicurezza, è sempre più legato alla sua sede egiziana.

La porta che cambiò la storia dell’archeologia
Per comprendere il fascino della mostra bisogna tornare al 1922. Howard Carter aveva dedicato anni alla ricerca della tomba di Tutankhamon. Il faraone apparteneva alla XVIII dinastia ed era salito al trono ancora bambino, rimanendo sovrano dell’Egitto per un periodo relativamente breve. La sua importanza storica, almeno inizialmente, non sembrava paragonabile a quella di altri grandi faraoni. Fu la scoperta della sua tomba a trasformarlo in un’icona mondiale. Il 4 novembre 1922 Carter individuò i primi gradini che conducevano verso un ambiente ancora inesplorato nella Valle dei Re. Pochi giorni dopo, il 26 novembre, arrivò il momento destinato a entrare nella storia dell’archeologia. Carter praticò un piccolo foro nella parete e, secondo il celebre racconto tramandato dallo stesso archeologo, il suo finanziatore Lord Carnarvon gli chiese se riuscisse a vedere qualcosa. La risposta divenne leggendaria: “Sì, cose meravigliose”.

Dietro quella parete si trovava un tesoro di straordinaria ricchezza. Statue, mobili, carri, armi, gioielli, oggetti rituali e soprattutto la celebre maschera funeraria contribuirono a trasformare Tutankhamon in un fenomeno culturale senza precedenti.
La mostra bolognese prova a ricostruire proprio quella sensazione: non soltanto osservare gli oggetti, ma ripercorrere il momento della scoperta e comprendere come si presentò agli occhi degli archeologi un ambiente rimasto sigillato per oltre tremila anni.
Dal tesoro alla realtà virtuale
Il percorso di Palazzo Belloni è stato concepito per un pubblico ampio, non esclusivamente per gli appassionati di egittologia. Le riproduzioni degli oggetti sono inserite all’interno di un allestimento che punta sull’ambientazione e sulla narrazione. Le sale ricostruiscono idealmente l’atmosfera della tomba e accompagnano il visitatore attraverso le diverse fasi della scoperta. Uno degli elementi più contemporanei è la realtà virtuale. Indossando il visore, il visitatore può entrare virtualmente nella tomba e rivivere l’esplorazione di Carter, osservando gli ambienti e il corredo funerario da una prospettiva immersiva. È un modo per trasformare una vicenda archeologica in un’esperienza personale: non limitarsi a guardare la ricostruzione di una tomba, ma avere la sensazione di attraversarla.

Accanto al tesoro, il percorso dedica spazio anche alle pratiche funerarie dell’antico Egitto, con un approfondimento sulle tecniche di imbalsamazione e mummificazione. La morte, nell’antica civiltà egizia, non rappresentava semplicemente la conclusione dell’esistenza, ma l’inizio di un viaggio verso un’altra forma di vita. Il complesso sistema di rituali, oggetti e credenze legato alla sepoltura diventa così una delle chiavi per comprendere il significato del tesoro di Tutankhamon.
Una mostra anche per bambini e scuole
Un’altra caratteristica dell’esposizione bolognese è l’attenzione rivolta al pubblico più giovane. Il percorso prevede contenuti pensati specificamente per bambini e famiglie, con didascalie facilitate e supporti visivi destinati a rendere più immediata la comprensione delle vicende del faraone bambino e della civiltà egizia. Sono previste inoltre attività e visite dedicate alle scuole, con guide qualificate. L’obiettivo è trasformare la visita in un’occasione didattica, utilizzando il fascino della scoperta di Tutankhamon come punto di partenza per affrontare temi più ampi: la storia dell’antico Egitto, la religione, i rituali funerari, l’archeologia e le tecniche utilizzate dagli studiosi per ricostruire il passato.
È anche questo uno degli aspetti più interessanti dell’iniziativa: il mito di Tutankhamon, spesso conosciuto soprattutto attraverso immagini cinematografiche, libri e documentari, viene utilizzato come porta d’accesso a una civiltà molto più complessa.

L’apertura bolognese ha però un elemento destinato a rendere particolarmente speciale la prima giornata: sabato 3 ottobre sarà infatti presente Zahi Hawass, uno dei nomi più conosciuti dell’archeologia e dell’egittologia contemporanea. La sua presenza collegherà idealmente la ricostruzione della mostra al mondo dell’archeologia egiziana ontemporanea. Hawass ha dedicato gran parte della propria carriera alla ricerca, alla tutela e alla divulgazione del patrimonio dell’antico Egitto, diventando una delle figure più riconoscibili a livello internazionale quando si parla di faraoni, piramidi e archeologia egiziana.

Il programma della giornata prevede alle 10, presso il Centro San Domenico di Piazza San Domenico 13, una Lectio Magistralis di Zahi Hawass. L’ingresso è previsto gratuitamente, previa prenotazione. Nel pomeriggio l’archeologo si sposterà invece a Palazzo Belloni dove, a partire dalle 15, sarà protagonista di un firmacopie del suo nuovo libro, L’uomo con il cappello, disponibile anche presso il bookshop della mostra. La doppia presenza di Hawass, prima in una conferenza pubblica e poi direttamente all’interno dell’esposizione, rappresenta uno degli appuntamenti più attesi della giornata inaugurale. La sua partecipazione aggiunge infatti alla dimensione spettacolare della mostra quella della divulgazione e del confronto diretto con uno studioso che ha contribuito a rendere l’archeologia egiziana un tema di enorme interesse internazionale.

Il mito della “maledizione”
Nel titolo della mostra compare anche una parola capace, da sola, di evocare mistero: “maledizione”. La cosiddetta maledizione di Tutankhamon è uno dei miti più persistenti legati alla scoperta della tomba. Dopo il ritrovamento, alcune morti e alcuni eventi tragici che coinvolsero persone associate alla spedizione furono trasformati dalla stampa in una narrazione misteriosa e inquietante. La leggenda si alimentò rapidamente e contribuì a trasformare la scoperta archeologica in una storia quasi da romanzo. Ma proprio questo è uno degli aspetti che rendono Tutankhamon un personaggio così particolare. Alla dimensione scientifica della scoperta si è sovrapposta, nel corso dei decenni, una straordinaria quantità di racconti, interpretazioni e leggende. La mostra permette di incontrare anche questo lato della vicenda, distinguendo la storia dell’archeologia dalle suggestioni nate successivamente intorno alla tomba. Il risultato è un racconto che mette insieme il faraone storico, il tesoro, la scoperta di Carter e il mito moderno costruito intorno a quella scoperta.
Un appuntamento nel cuore di Bologna
La scelta di Palazzo Belloni aggiunge un ulteriore elemento al progetto. La sede di via de’ Gombruti si trova a pochi minuti a piedi da Piazza Maggiore e inserisce l’esposizione all’interno del tessuto storico del centro cittadino. La mostra è aperta tutti i giorni dalle 10 alle 19, con ultimo ingresso alle 18. La durata media della visita è indicata in circa un’ora e un quarto, ma il carattere immersivo del percorso e la presenza della realtà virtuale possono naturalmente spingere il visitatore a soffermarsi più a lungo.

Tutankhamon torna dunque a Bologna non soltanto come immagine della sua celebre maschera d’oro, ma come protagonista di una storia che intreccia archeologica, scienza, mistero e immaginazione. Una storia iniziata più di tremila anni fa e riemersa, quasi per caso, da una porta nella Valle dei Re nel novembre del 1922. Una storia che, ancora oggi, conserva intatto il potere di farci pronunciare le stesse parole di Carter davanti a ciò che si trova oltre una porta rimasta chiusa per millenni: “cose meravigliose”.

di Paolo Bompani
Immagine in copertina: Mostra Tutankhamon Bologna © Carlo Marrazzo
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