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Come una lacrima

Piccoli frammenti di mondo, piccole asole, aperture, scattate saltando da una sponda all’altra, nel tentativo di ricucire la ferita creata dalla modernità e mai rimarginata. Lavoro da anni in una zona industriale adiacente l’argine del Po, terre agricole per secoli. Il benessere è testimoniato da alcune residenze signorili; in ordine sparso troviamo qualche cascina malmessa: un tempo queste aree davano lavoro a molti braccianti e artigiani ma dal dopoguerra i braccianti furono sostituiti dai mezzi agricoli che divennero, via via, operai e lasciarono le loro terre per andare a vivere nei pressi delle fabbriche. Così questi luoghi persero parte della loro identità.

Stessa sorte capitò a tutti quei siti posti nell’adiacenza dell’argine, oramai territori depressi. Proprio a motivo della presenza del fiume, tali luoghi rimangono ai margini della nostra società, che li vive più come un ostacolo che come risorsa. Vengono così trasformati in zone industriali prive di identità, e la convivenza con l’agricoltura diventa sempre più complessa. Anno dopo anno le zone industriali erodono porzioni di terre agricole, i piccoli paesi rimangono in vita non più come cuore pulsante, ma si trasformano in aree dormitorio dei nuovi addetti attirati dal poco lavoro disponibile, sempre più slegati dal territorio e dalle tradizioni. Ciò che mi interessa sono le tracce di questa civiltà appena passata, luoghi non zone, insediamenti che sono stati costruiti con enorme fatica e abbandonati con enorme velocità. Se volgessimo il nostro sguardo indietro, scopriremmo che le civiltà che ci hanno preceduto costruivano i propri insediamenti più produttivi proprio nei pressi dell’argine fluviale poiché, oltre a rappresentare un mezzo di trasporto, il fiume rendeva più florida l’agricoltura e creava una barriera naturale contro i nemici. Un fiume amico e nemico. La forza di una esondazione poteva distruggere i raccolti e gli edifici ma, al contempo, portava la fertilità alle terre, donando abbondanti raccolti.

Le uniche attività rimaste in vita sono l’estrazione della ghiaia, della sabbia e la coltivazione dei pioppi. Non ho trovato immediatamente le motivazioni della mia scelta, mi sono sempre lasciato portare nei luoghi a me sconosciuti; anch’io straniero sono approdato in questi luoghi alla ricerca di lavoro, pur arrivando da una cittadina a un centinaio di chilometri dal fiume, distanza sufficiente per non conoscerne storia e tradizioni. La mia fotografia vuole essere una traccia, una testimonianza della luce che avvolge questi luoghi lasciati all’oblio della modernità, una luce estiva, la luce calda del tardo pomeriggio, vespri per un territorio ove è stata abbandonata storia e tradizione, un brandello di memoria. La ricerca della luce che avvolge i non-luoghi, trasformandoli, rigenerandoli. Molte di queste immagini sono state trovate lungo vie poco trafficate in località sconosciute anche a Google Maps, le indicazione del luogo scritte da qualche abitante che desidera mantenerne vivo il ricordo. Questo è ciò che mi affascina: non-luoghi avvolti dalla luce; mi interessa molto tale dualità. La interpreto in funzione di una tensione a custodire, a vedere, a fare la guardia. In tutte le mie immagini ciò che cerco è un equilibrio tra la disperazione del luogo e la redenzione della luce, oppure, come disse meglio Robert Frank,  “il bianco e nero è la visione della speranza e della disperazione: è solo questo che voglio dalle mie foto”. Da qui nasce il titolo di questa mia “indagine: Come una lacrima.  A suggellare quella dualità che può esprimere sia un dolore che una gioia.

Testo e fotografie di Giorgio Bellocchi

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