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Dal celare al mostrare. L’ipogeo veronese Santa Maria in Stelle

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L’ipogeo di Santa Maria in Stelle, comunemente conosciuto con il nome di “Pantheon”, è un sito archeologico d’epoca romana che rappresenta una testimonianza dell’arte paleocristiana fra le più importanti del nord Italia. Situato nell’omonima frazione del comune di Verona sotto la chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta, si sviluppa come struttura sotterranea stratificata e cronologicamente composita, aprendosi agli occhi del visitatore con scenari interpretativi complessi. Quella dell’ipogeo di Santa Maria in Stelle è una storia di quasi 2000 anni, in perenne equilibrio tra il celare e il mostrare, il ricordare e il dimenticare, il narrare e il tacere.

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Il sito nacque intorno al I sec. d.C. come opera ingegneristica; secondo alcuni esperti costituiva uno dei rami dell’acquedotto che da est alimentava la città di Verona. L’ipotesi più diffusa lo definisce invece come acquedotto con concessione d’uso privata. Oltre alle varie funzioni quotidiane che l’acqua ricopriva al tempo, non è da sottovalutare la sua valenza sacrale: come recita Servio nel suo commento all’Eneide, Nullus fons enim non sacer, ovvero “ogni fonte è sacra”.  Per i latini, infatti, particolarmente sacre erano le acque nella loro immediata scaturigine, prima che raggiungessero i condotti costruiti dall’uomo. Per tale motivo è probabile che nella piscina limaria, ove tutt’oggi sgorga la sorgente,  vi siano stati gettati degli ex-voto, soprattutto monete. Se nel corpo umano la sede del genius,  il potere generativo, veniva localizzata nel capo, nel caput aquae ossia nella sorgente, risiedeva il potere generativo della natura.

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Sull’attuale ingresso del condotto è riportata, scolpita sulla pietra, la seguente frase: Publius Pomponius Cornelianus et Iulia Magia cum Iuliano et Magiano filiis a solo fecerunt, “Publio Pomponio Corneliano e Giulia Magia con i figli Giuliano e Magiano edificarono dal suolo”. Una gens particolarmente potente infatti lasciò tracce di sé, incidendo i propri nomi su un’epigrafe famigliare. Oggi si ritiene che fu proprio questa famiglia a commissionare l’edificazione del sito o la sua conversione d’uso. Publio Pomponio, vissuto tra il II e il III sec. d.C., del quale è documentata la devozione al culto delle acque, ossia le Ninfe e le Linfe Auguste, fu console tra il 215 e il 225 d.C. e curator rerum publicarum, funzionario imperiale fuori sede,  mentre i figli Iuliano e Magiano divennero governatori in Arabia e Tracia. La presenza di un’ara funebre, dedicata alla liberta Pomponia Aristoclia Alumna, tra le altre cose, rafforza l’ipotesi che questo luogo possa essere stato destinato a mausoleo famigliare: una tomba privata, uno scrigno preziosissimo dedicato alla conservazione del genius familiae dei Pomponi.

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A partire dal IV e V sec. d.C. l’atrio centrale e le due celle absidali semicircolari laterali, denominate Cella Nord e Cella Sud, vengono riccamente affrescate con cicli pittorici ispirati all’Antico e Nuovo Testamento, e con raffinate decorazioni geometriche e floreali. Varie e tutt’ora incerte sono le ipotesi ventilate nel corso degli anni da parte di studiosi, ricercatori e cultori in materia, rispetto all’utilizzo di siffatti spazi e della loro funzione. Una teoria diffusa negli ultimi decenni vuole che nell’atrio centrale venisse ricavata nel IV sec.d.C. una fonte battesimale, e nelle due celle laterali spazi appositi per la preparazione dei catecumeni. Infatti, il periodo della conversione d’uso corrisponde al periodo di operato del futuro patrono della città, l’allora vescovo Zeno, definito in un  documento composto tra VII e  IX sec. d.C., il Versus de Verona, come colui che condusse Verona al battesimo. La presenza del Santo sarebbe testimoniata dal monogramma di Cristo, detto altrimenti chrismon, inciso nell’intonaco dell’attuale tunnel di entrata. Si tratta di un simbolo atto a certificare la conversione della struttura al culto cristiano che poteva essere apposto solamente dalla massima autorità religiosa locale, il vescovo.

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Gli affreschi presenti nell’Atrio centrale sono i più antichi e i più difficili da interpretare, escludendo quello che illustra l’episodio di Daniele nella fossa dei leoni. Interessante è il modo in cui viene rappresentato il lacus, ovvero la fossa: si tratta di una sorta di ‘recinto steccato’, un unicum nel nutrito panorama iconografico tardo antico riferito a questo soggetto.

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Di grande fascino è il ciclo di affreschi della Cella Nord, una successione che possiede una valenza simbolica celebrativa dell’avvento del novus ordo saeclorum inaugurato da Costantino. Sull’esempio di Cristo, come enuncia Elémire Zolla, si prospetta l’idea di un “impero ecumenico puramente spirituale e non violento, da conquistare non con falangi vittoriose, ma con drappelli di monaci missionari”, disposti al supremo sacrificio di sé. Nell’iconografia e nella letteratura apocrifa, Cristo infante sfugge alla strage ordinata da Erode a dorso di un asino verso l’Egitto. Nell’affresco qui presente viene rappresentata la strage dei primi inconsapevoli martiri cristiani, agguantati e scossi dai soldati romani: una scena estremamente cruda che riporta forse il ritratto dipinto più antico di re Erode. Ad innescare l’ira di Erode furono i Magi, venuti da Oriente, i quali gli rivelarono la nascita del Messia, come narrato nel secondo capitolo del Vangelo di Matteo. La scena che rappresenta il rifiuto dei tre giovani ebrei di prostrarsi davanti alla statua di Nabucodonosor, vestiti in abiti tipici di una corte orientale, con berretto frigio ed anassiridi (pantaloni aderenti indossati da vari popoli dell’Asia antica), in passato venne confusa proprio con la visita dei Magi ad Erode. Come indicò Wladimiro Dorigo, autore negli anni ’60 del secolo scorso della seconda e tuttora più autorevole monografia sull’ipogeo, oltre alla concordanza novi et veteris testamenti, siamo di fronte ad una crasi compositiva. Tale rappresentazione, infatti, costituisce il preludio ad entrambi gli episodi cruciali indicanti il sacrificio, ossia quello dei tre giovani nella fornace e quello della strage degli innocenti. Il primo è un evento privo di spargimento di sangue e quindi da definirsi, nel linguaggio dei primi cristiani, come confessio. Il secondo, implicante spargimento di sangue, è un caso di martyrium. Due re ricorrono alle estremità di queste scene. A sinistra Nabucodonosor a destra Erode. Queste due figure rappresentano «gli arconti di questo secolo»  (Efesini, 6-12) i quali, considerati esseri divini, come tali esigono l’adorazione e la completa sottomissione dei sudditi.

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L’iconografia e l’epigrafia dell’ipogeo di Santa Maria in Stelle, così densa di immagini, figure e simboli, da un lato conferma canoni rappresentativi e stilistici in uso al tempo, dall’altro li reinterpreta con singolari variazioni, prestandosi enigmaticamente a molteplici chiavi di lettura. Di grande impatto è il tema decorativo delle due semi cupole. I tubi fittili, con importanti gradazioni di pigmenti che vanno dal giallo al rosso, passando per il blu, sono l’elemento più originale, proprio perché non riscontrato altrove.

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Rappresentano canali di collegamento tra il mondo sotterraneo e il mondo celeste, cielo che si materializza sotto gli occhi dei visitatori nella meravigliosa volta stellata, blu intenso, costellata di stelle a sei e otto punte, bianche ed oro. Un affresco dall’eco paradisiaco che, affiancato alla rappresentazione della Vergine Maria con in braccio Gesù Bambino, poeticamente dà il nome al paese, Santa Maria in Stelle.

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Molti sono gli interrogativi che aleggiano attorno all’insufficiente riconoscimento nei secoli del valore di questo gioiello archeologico. Dopo un glorioso passato, che presuppone la visita di consoli, santi, papi e pellegrini, a partire dal XX sec. l’ipogeo cade nell’oblio, condizione in parte favorita da un microclima interno particolarmente umido che, lentamente ed inesorabilmente, ne ha deteriorato le superfici pittoriche, calcificandole. Come i suoi dipinti hanno cominciato a disgregarsi, così il ricordo del luogo ha cominciato a sbiadirsi dall’immaginario collettivo veronese, nazionale ed internazionale, rievocato debolmente solo in occasioni di festività religiose proprie alla comunità locale.

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Nell’arco degli ultimi tre anni però, si è assistita ad una svolta significativa: l’ipogeo di Santa Maria in Stelle è stato oggetto di un massiccio lavoro di restauro conservativo che ne ha recuperato l’antico splendore. Dal 2018 è di nuovo possibile visitarlo grazie ad un progetto comunitario promosso dal Gruppo Volontari Ipogeo. Nel 2020 è stato inoltre progettato il nuovo impianto di illuminazione, sviluppato dallo studio Lucearchitettura di Verona. Tutto questo ha restituito  un patrimonio materiale e immateriale unico, che, da presenza sotterranea silente e discreta della campagna veronese, si presta oggi a diventare uno dei siti di maggior interesse del panorama italiano. Dal celarsi al mostrarsi, questa volta per essere ricordato, finalmente.

di Claudia Annechini e Lorenzo Gini – www.ipogeostelle.it

fotografie di Daniele Cortese

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