Ostia Antica, custode di tesori unici

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Ostia Antica: le origini

Il nome Ostium, in latino, significa “foce”. Questa antica città, infatti, si trova non lontano dal centro di Roma, e proprio alla foce del Tevere. Bisogna considerare però che il corso di questo fiume era molto diverso da quello di oggi, anche a causa di una forte alluvione che colpì la zona nel 1557. La riva del mare si trovava circa 3 chilometri più indietro, nell’attuale entroterra, rispetto alla linea di costa odierna. Le fonti letterarie riportano che Ostia venne fondata dal quarto re di Roma, Anco Marcio, nel 620 a.C. Egli, probabilmente, si rese conto che questo era un luogo strategico non solo per i commerci via mare (ci sono tracce evidenti di importazioni di grano a Roma dalla Grecia già nel V secolo a.C.) ma anche e soprattutto per sfruttare le saline che si trovavano proprio qui.

Ostia antica

Ostia antica

Ostia: la colonia di Roma più antica

Gli ultimi studi hanno appurato che questa colonia di Roma, la prima e quindi la più antica, si trovava un po’ più a est di quella dove poi sorse la città portuale, poiché da questo punto sarebbe stato più diretto il collegamento con le saline. I primi resti riconducibili a un insediamento vero e proprio nell’area più vicina alla foce, risalgono al IV secolo a.C.. I ritrovamenti si riferiscono a una piccola cittadella fortificata, nota come “castrum”, cioè accampamento, di forma rettangolare, attraversata da due strade principali e perpendicolari che la dividevano in quattro parti uguali. Da quel momento in poi la città si espanse molto, fino a che, in epoca tardo-repubblicana, si rese necessario costruire delle nuove mura, lunghe più di 1,7 chilometri, che comprendevano un’area grande 30 volte il castrum più antico.

Ostia: capitolium

capitolium

I monumenti di una città antica

Ostia conserva dei tesori unici: primo tra tutti è il Teatro, ancora utilizzato per gli spettacoli. La sua costruzione si deve ad Agrippa – lo stesso che volle anche il Pantheon di Roma -, genero e stretto collaboratore di Augusto. La forma che ha oggi è quella della fine del II secolo d.C.; in quest’epoca, infatti, grazie ad un ampliamento e abbellimento, i posti a sedere per gli spettatori passarono da 3000 a 4000. Nel 1927, infine, il Teatro fu oggetto di una massiccia ricostruzione voluta da Guido Calza, appena diventato il direttore degli Scavi, e realizzata da Raffaele de Vico e Italo Gismondi. Anche il Piazzale delle Corporazioni, antistante al Teatro, appartiene alla stessa epoca: è un unicum nel suo genere poiché fornisce importanti notizie sui commerci della città in quegli anni.

teatro

teatro

Tutto il piazzale, infatti, era un porticato sotto il quale – secondo gli ultimi studi – gli spettatori potevano passeggiare negli intervalli degli spettacoli o ripararsi in caso di pioggia. Nel perimetro della piazza si aprono numerosi vani noti come “stationes”, ognuno con un mosaico che rappresentava motivi legati al commercio o menzionava le associazioni di mestiere presenti a Ostia. Ad esempio, c’è il vano appartenente ai commercianti di corde o di avorio, quello dell’associazione dei conciatori di pelli di Ostia, oppure quello degli armatori della Gallia, dell’Egitto o ancora della Sardegna.

Le maschere del teatro

Le maschere del teatro

L’antico culto di Mitra

Una particolarità di Ostia è che al suo interno sono stati rinvenuti una ventina di mitrei; per capire la straordinarietà di questo dato, basti pensare che in tutta Roma non se ne sono trovati neanche 15. Questi edifici erano il luogo di culto di Mitra, una divinità di origine orientale che acquistò numerosi seguaci in tutto l’impero romano. I mitrei sono quasi tutti ricavati da ambienti sotterranei e sono strutturalmente tutti uguali: consistono in una lunga sala coperta a volta che termina con un altare e con un abside decorato con affreschi o statue di Mitra. Sui lati lunghi di queste sale si trovavano panche – o semplicemente gradini rialzati – per chi partecipava ai riti.

I monumenti antichi e il Museo nell’area archeologica

Ostia ospita numerosi altri monumenti: il Capitolium – come quello di Roma e di numerose altre città romane -, il Foro, templi, terme con splendidi mosaici, domus affrescate, caseggiati a più piani, magazzini per le derrate alimentari, botteghe e tanto altro. Dal 1865, inoltre, esiste un Museo all’interno dell’area archeologica, che ospita numerosi reperti provenienti dagli scavi. Ad esempio, sono qui conservate: una statua del Mitra Tauroctono (letteralmente: “uccisore di Toro”), datata tra il 140 e il 145 d.C.; una statuetta raffigurante Amore e Psiche di epoca tardoantica ma copia di un’altra statua di epoca precedente; vari sarcofagi, tra cui uno con scene dell’Iliade e numerosi altri reperti di vario genere.

Teatro e piazzale corporazioni

Teatro e piazzale corporazioni

“Il borgo di Ostia Antica”

A partire dal V secolo d.C. Ostia subì un progressivo declino con conseguente spopolamento; i pochi abitanti rimasti in quest’area, dopo le incursioni dei Saraceni del IX secolo d.C. si trasferirono nei pressi della chiesa di Sant’Aurea, che oggi si trova appena fuori dalle mura degli scavi. Attorno a questa cattedrale fu creata Gregoriopoli (dal nome di Papa Gregorio IV): si tratta di una vera e propria piccola città fortificata, ancora oggi nota come “Il borgo di Ostia Antica”. Nel 1483 ebbe inizio la costruzione del Castello che si trova all’interno del borgo, voluto da Giuliano della Rovere, il futuro Papa Giulio II.

Ostia: foro

Ostia: foro

Il saccheggio dei marmi di Ostia

Una curiosità che riguarda gli scavi di Ostia Antica è che questi furono oggetto di saccheggio per tutto il Medioevo; gli edifici vennero spogliati soprattutto dei marmi, o per bruciarli e farne calce oppure per reimpiegarli nella costruzione di nuovi edifici. Non è strano trovare marmi preziosi in varie parti d’Europa. Da Ostia provengono, infatti, marmi che abbelliscono Saint Denis a Parigi, il Duomo e il camposanto di Pisa, il battistero di Firenze e numerosi altri monumenti. Ancora oggi sono in corso scavi per portare alla luce le zone di Ostia che giacciono sepolte.

Testo e fotografie di Maria Grazia Cinti – archeologa