Quanto sia importante per l’uomo comunicare, lo vediamo dal successo immediato che ottiene ogni nuovo strumento che migliora la nostra capacità di metterci in contatto con il resto del mondo. Tra i primi strumenti utilizzati c’è indubbiamente la carta (100 a.C.) che, a differenza dell’incisione su pietra, ha permesso all’uomo di comunicare con maggiore semplicità, velocità e diffusione. La carta fu il primo supporto su cui ebbe modo di diffondere il suo sapere attraverso la scrittura. Fu la prima forma di “back up” dei nostri ricordi, delle nostre conoscenze, delle nostre immagini.

I diversi segni espressivi scritti hanno sviluppato linguaggi diversi, mentre oggi, con l’informatica, tutta la comunicazione si articola su due simboli (linguaggio binario) scoperto grazie al bisogno di velocizzare la lavorazione a telaio: una logica che è passata dalla macchina all’uomo. Ma la carta è tutto ciò che lega indissolubilmente l’astrazione alla materia e forse ne rappresenta la sua dimensione minima, ai limiti della consistenza (il corpo minimo, ricordando il dualismo anima e corpo nel Cratilo di Platone).

L’importanza della carta è negli innumerevoli manoscritti arrivati a noi, nella rivoluzione della corrispondenza, nei libri e giornali ancora stampati, nelle immagini disegnate e nelle fotografie. Ma la carta non è solo uno strumento, è essa stessa materia: contiene informazioni e, a sua volta, è “oggetto”. Pensiamo alle cose fatte di carta, alla piegatura di un foglio, all’arrotolamento, all’impacchettamento e così via, restando uno dei materiali più ricilabili.

La piegatura della carta fu un’attività praticata in tutte le culture fin dalla sua creazione. In Europa era utilizzata soprattutto in Germania, Francia e Spagna per addobbare e abbellire le tavole dei nobili, ma presto, il rigore della piegatura e le geometrie rappresentate indussero ad usarla anche per l’apprendimento di semplici concetti geometrici e matematici.

Non tutti sanno che se oggi usiamo la parola “origami” è per la contaminazione di questa “arte” tra due culture: quella occidentale e quella orientale. Il termine risale ai primi del ‘900 quando, in Giappone, si diffusero i “Giardini d’infanzia” ovvero gli asili nido odierni così come li concepì il pedagogo Friedrich Fröbel (Germania 1782-1852) che teorizzò l’importanza del gioco come prima forma di apprendimento. La piegatura della carta è certamente uno degli usi più elementari e in questi luoghi di ricerca pedagogica e semplificazione del linguaggio e delle forme trovò le più svariate applicazioni. Fu così che la “papierfalten” (piegatura della carta in tedesco) divenne in Giappone “Ori” (piegatura)-“Kami” (carta, ma anche divinità, qualcosa che sta sopra di noi e – del resto – la carta è il risultato di una materia che sale in superficie).

Per i Paesi orientali l’origami quindi racchiude in sé la sperimentazione pratica di una creazione e ne contiene il senso di vulnerabilità, precarietà, finitezza della vita e capacità di trasformazione attraverso un altro mezzo simbolico che è l’acqua. La sua applicazione divenne così diffusa in Giappone che fu così che prevalse questo nome su tutti gli altri. Nella cultura orientale, dunque, la carta è preziosa tanto quanto la creazione di un mandala di sabbia il cui fine è poi disperderlo in un fiume rientrando nel fluire delle cose, esplicitando l’importanza di saper lasciar andare le “cose materiali”. Questo è il contrario di quanto accade nella cultura occidentale dove la carta viene considerata un materiale povero e deteriorabile su cui non creare qualcosa di prezioso, basti rilevare la differenza di valore economico attribuito a un’opera d’arte su carta rispetto ad una su tela.


Ma l’origami possiamo considerarlo una scultura? La parola scultura ha come radice scalp-sharp(tagliare, togliere). Nella scultura lavoriamo partendo dalla superficie e togliamo. In altre arti, come la pittura, partiamo ugualmente dall’immagine che appare ai nostri occhi e ne riprendiamo i contorni; con la fotografia e il cinema lavoriamo sul tempo della forma, sul movimento e sulla luce. Con la tecnica degli origami, non togliamo nulla, ma cerchiamo di capire come arrivare a una forma esteriore. Il percorso è da dentro verso fuori. È un processo che porta allo svelamento di una logica. Forse la logica del divino?

Per Aristotele la materia è parte imprescindibile della forma, ma con l’origami si individua un’unica materia eletta a raccontare la forma tanto da rendere quest’ultima qualcosa a sé stante, a prescindere dalla cosa stessa e dunque, filosoficamente, l’origami ci avvicina di più all’idea di Platone. Questo aspetto è ancor più evidente se si pensa che attraverso la tecnica degli origami non si ottiene l’esatta raffigurazione della forma delle cose, ma solo un’approssimazione.


Il fatto sorprendente è che attraverso la tecnica di origami chiamata crumpling, che prevede lo stropicciamento del foglio, si ottengono forme molto più somiglianti a quelle organiche. In pratica è come se l’origamista introducendo un elemento casuale, una sorta di “caos” nella materia plasmabile, ottenesse un risultato più vicino alle forme organiche della natura, quasi a ricordarci che caos e ordine sono partiimprescindibilidell’organicità del mondo.


Gli origami oggi trovano un’applicazione artistica e didattica, ma anche sempre più tecnica e ingegneristica. L’origami ha permesso di costruire strumenti robotici capaci di entrare nel corpo umano a scopo diagnostico o di compiere missioni nello spazio. Inoltre, permettono studi e soluzioni innovative compatibili con i nuovi linguaggi informatici.
di Melina Scalise
Le immagini riportate in questo articolo sono state scattate durante la mostra alla Casa Museo Spazio Tadini di Milano, “Origami tra arte e scienza”, realizzata nel 2018, al fine di offrire un approfondimento sulle loro applicazioni dall’arte alla tecnologia, fino alla ricerca.
Immagine di copertina: Origami modulari di Paolo Bascetta – Fotografia di Maria Luisa Paolillo, Queenfaee Studio
