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Gran Chaco. Mama Pacha sradicata

Lo chiamano albero bottiglia. Sotto la scorza il legno è spugnoso, in grado di trattenere acqua. In primavera è il primo a rivestirsi di foglie e fiori all’interno del Gran Chaco, la regione sudamericana che si estende fra Argentina, Bolivia, Brasile e Paraguay. Abbracciarne uno richiede dalle otto alle dieci persone con le braccia spalancate. Ogni volta che un albero viene abbattuto, gli indigeni Ayoreo e di altre comunità chiedono scusa. Aggiungono che devono il loro atto alla necessità. 

L’albero-bottiglia

La deforestazione è camaleontica, multiforme, una minaccia sempre in agguato. Dal 1920 ha assunto il volto dei mennoniti, un gruppo di cristiani anabattisti a cui si deve l’espansione delle coltivazioni di soia, portate da 6000 a 4,5 milioni di ettari; altri terreni sono pascoli. Oggi si traveste diversamente, va con il nome di Bioceanic Highway. Si tratta di un progetto condiviso da Brasile, Paraguay, Argentina e Cile, una strada con lo scopo di unire Oceano Atlantico e Oceano Pacifico. Sulla costa brasiliana, il porto di Santos; su quella cilena, i porti di Iquique e Antofagasta. Un progetto del valore di 4.680 milioni di dollari non può non essere un investimento; ospedali, scuole e attività locali saranno sicuramente più raggiungibili, interconnesse. Per questo il governatore paraguaiano Mario Abdo si è dichiarato favorevole alla sua costruzione. Per alcune comunità del Gran Chaco, però, questo significa doversi trasferire.

Il conflitto avvertito dalle comunità del Chaco si pone a un livello identitario: gli abitanti della foresta sentono da secoli di essere parte integrante del Chaco. Trasferirsi per loro non significa soltanto cambiare casa, lasciarne una vecchia per insediarsi tra mura nuove, in cui proseguire a tracciare il disegno della propria vita, tutto sommato senza staccare la penna dal foglio. Non si tratta di scegliere cosa tenere e cosa lasciare in vista del trasloco. Si tratta di spogliarsi di una storia identitaria. Così suonano le parole di un indigeno: “Senza territorio per noi, non c’è vita. Questa è la mia più grande motivazione: io sono qui perché il mio territorio esiste. Se non esistesse, nemmeno io esisterei”.  Trasferirsi per lui significa sradicare la propria identità storica e culturale, abbandonare la propria pelle. A un inaridimento territoriale ne corrisponde uno identitario.

La portata del grido degli indigeni cresce fino a investire noi, comodamente a oriente della loro vita (per tentare di capire la loro posizione, dobbiamo adottare il loro sistema di riferimento). “La battaglia che combattiamo non è solo nostra. I problemi ambientali sono globali”. Essere in contatto con la loro terra, quella che hanno da sempre abitato, permette loro di appellarsi alla Terra intera, uscendo da una lotta altrimenti egoista. Già papa Wojtyla aveva sottolineato che “la sfida è quella di assicurare una globalizzazione nella solidarietà, una globalizzazione senza marginalizzazione”. Papa Francesco, nell’Esortazione apostolica post sinodale Querida Amazonia del 2019 ha ribadito che “occorre assicurare agli indigeni e ai più poveri un’educazione adeguata, che sviluppi le loro capacità e le valorizzi. Proprio su questi obiettivi si gioca la vera scaltrezza e la genuina capacità dei politici”.

Dentro la vasta scala si calano le nostre vite. Una canzone di Fabi, Silvestri, Gazzè s’intitola Il Dio delle piccole cose. Parla di noi. Dopotutto, la sociologia è una scienza trasversale, un’arte marziale che si districa tra sguardo macroscopico e microscopico. “La sociologie est un sport de combat”, disse Pierre Bourdieu.

 “Cosa ti piacerebbe fare da grande?” – chiede Brigitte, una sponsor mennonita. “Voglio essere una cantante famosa, voglio imparare a suonare la chitarra,” – risponde Bianca, un’indigena della comunità Nivaclé. È ancora piccola, ma determinata a praticare fino a tredici ore al giorno. L’indomani, due figure femminili percorrono le corsie di un supermercato. Quando escono, Bianca ha la sua chitarra. Oggi Bianca Orqueda è cantante e cantautrice. Insegna musica nella sua scuola e ai bambini che imparano da lei spiega che per diventare medici o architetti devono sconfinare. Le università più prestigiose sono negli Stati Uniti. Forse l’età e la generazione d’appartenenza sono variabili che influenzano il grido delle comunità paraguaiane. Come al solito, un’etichetta come quella di “indigeno” si rivela insufficiente a comprendere la complessità dello scenario.

Fotografia: survival.it

di Gloria Ballestrasse – liberamente tratto dal podcast The Documentary, di BBC News World Service

Immagine in copertina: Chaco, Paraguay  (Ilosauna, Wikipedia)

Autore

  • Studentessa di Scienze e tecniche psicologiche all’Università Cattolica di Milano, attualmente frequenta il terzo anno. L’intreccio tra soggettività individuale e cultura d’appartenenza orienta il suo interesse verso la complessità dei fenomeni sociali. Con la passione per la scrittura restituisce quella per il viaggio, in un circolo virtuoso. Ambisce a contribuire alla cooperazione allo sviluppo.

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