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Nabatei. Epopea di un popolo dimenticato

Partiamo per il nostro viaggio alla scoperta dei Nabatei evocando tre elementi che nell’immaginario collettivo appaiono fra di loro sempre accostati: oro, incenso e mirra. Sono i doni che i re Magi hanno offerto al neonato Gesù, carichi del loro specifico significato simbolico, ovvero la regalità, la spiritualità, la passione. Se ci immergiamo nella dimensione temporale di quell’epoca, questi tre elementi assumono ulteriori significati. Innanzitutto i Magi, nella rappresentazione consueta che se ne fa, erano dei saggi venuti da Oriente per adorare il figlio di Dio. Ed erano carovanieri del deserto.

I Re Magi. Particolare da Maria col bambino circondata da angeli. Mosaico di una bottega italo-bizantina ravennate completato entro il 526 d.C. dal cosiddetto Maestro di Sant’Apollinare – Basilica di Sant’Apollinare Nuovo (Ravenna). Fotografia: Nina-no, CC BY-SA 2.5/Wikimedia Commons

Menzionati nel Vangelo di Matteo non vengono però specificati né il loro numero esatto né i loro nomi (che compariranno nel IX secolo nel Liber Pontificalis di Ravenna). Sappiamo che battevano la cosiddetta “via dell’Incenso”, la tratta in uso fin dall’epoca dei Romani per  collegare l’estremità della penisola arabica con il Mediterraneo. Una via che nel nome esplicita quel commercio di spezie così importante anche per le relazioni esistenti da tra Oriente e Occidente. Le carovane, in questo percorso, transitavano dunque attraverso l’attuale Arabia Saudita facendo tappa a Medina e alla biblica Dedan – sulle cui rovine nel VI sec. a.C. fu poi fondata Al-Ula – per poi giungere nella leggendaria città di Petra, nell’odierna Giordania, e proseguire ancora verso nord.

Deserto Wadi Rum, o Valle della Luna, o Deserto di Pietra

Sono le terre abitate dai Nabatei, popoli discendenti da Ismaele, nomadi dei territori desertici. In quei luoghi gestivano, per l’appunto, il commercio dell’incenso, acquisendone il controllo e quindi importanza e prestigio. Dei veri e propri signori del deserto organizzati in una solida monarchia, al punto da guadagnarsi tra il III secolo a.C e il  I d.C. il rispetto dei Romani. Fu Traiano, nell’anno 106, ad assorbirli nell’impero e ridurli a provincia denominata Arabia. Dei Nabatei non si parlerà più a partire dal VII secolo, quando infine arrivarono gli Arabi, e furono dimenticati dalla storia.

Petra – Il Tesoro visto dallo sbocco del Siq

Abili commercianti e pastori seminomadi,  i Nabatei sono un popolo leggendario la cui eco giunge fino a noi attraverso le magnifiche testimonianze archeologiche da cui si evince quanto fosse organizzata quella società, quanta bellezza sprigionassero le loro città soprattutto a motivo dell’arte scultorea, ciò che non presenta uguali in tutto il Medio Oriente. Di questa tribù è incerta l’origine: alcuni studiosi la individuano nel sud-ovest della penisola arabica, odierno Yemen, altri invece propongono un’origine più orientale; quest’ultima ipotesi è supportata dalla somiglianza linguistica con la Mesopotamia, territorio dal quale i Nabatei tra il VI e il IV secolo a.C. potrebbero essere migrati nell’attuale Giordania quando i Persiani mostrarono scarso interesse in quell’area.

Petra – Il Tesoro

Sintesi, cuore  e perla di questa cultura è Petra, straordinaria città nascosta tra le montagne del Wadi Musa la cui vicenda è oltremodo allettante.  Infatti Petra è un fantastico tesoro restituito all’umanità nel 1812 dopo secoli di oblìo iniziato dapprima con l’imperatore Traiano, che nel 106 d.C. spostò le rotte commerciali, e poi proseguito nel Medioevo quando la città fu svuotata dai terremoti ed evitata dai nomadi che la consideravano infestata dai demoni. La scoperta si deve allo svizzero Johann Ludwig Burckhardt il quale, per poter esplorare il territorio, dovette districarsi tra beduini e predatori, studiare l’arabo, convertirsi all’Islam, cambiare nome in Shaikh Ibrahim ibn Abdallah ed infilarsi in un canyon, l’angusta spaccatura del Siq, oggi meta di turisti e di fotografi alla ricerca di scorci suggestivi. Alla fine Burckhardt sollevò il velo del tempo su un luogo incantato che oggi è riconosciuto come una delle nuove sette meraviglie del mondo per via dei reperti inestimabili, dei paesaggi desertici tra i più belli del pianeta, dei rimandi evocativi alle antiche vie carovaniere.

Petra – Il Siq, la principale gola di accesso alla città antica

La lunga gola del Siq è un graduale avvicinamento verso quello che oggi chiamiamo il Tesoro, Al-Hazneh in arabo, simbolo per eccellenza di Petra con la sua monumentale facciata scolpita nell’arenaria rosa, meravigliosa quanto la sua leggenda e il suo antico crocevia di carovane che, assieme alle spezie, conducevano all’incontro tra culture, tra Oriente e Occidente, tra Islam e Cristianesimo. Dove oggi flotte di turisti affollano questi luoghi sacri, sorgeva una ricca città con giardini, canali artificiali e opere d’arte. Il periodo più glorioso per Petra fu certamente sotto il regno di Areta IV, dal 9 a.C. fino al 40 d.C., che  la trasformò in un sito monumentale, con un teatro da 5000 posti, una strada colonnata larga diciotto metri, vari terrazzamenti e un grande tempio con colonne sormontate da capitelli a forma di elefante. Un esempio di condivisione, stili e apertura ad altre culture. Si pensi al Tesoro ma anche al Monastero, monumenti che miscelano elementi mesopotamici all’architettura ellenistica, ordinati alla bellezza; tant’è che le colonne scolpite nella roccia dai Nabatei non erano funzionali al sostegno strutturale ma al puro ornamento, squisita decorazione.

Petra – Il Monastero
Petra – Il Qasr al-Bint, uno dei principali templi della città
Petra – Il tempio di Duthu Ashara o Dushara
Petra – La scala di accesso all’altare del sacrificio

A circa quattordici chilometri dall’antica capitale troviamo la Piccola Petra o Petra la Bianca, sito conosciuto pure come Siq al-Barid. Fu probabilmente costruita nel I secolo e secondo gli archeologi come sobborgo commerciale.

Tombe della Piccola Petra o Petra la Bianca

Lungo questo affascinante viaggio sulla “via dell’Incenso” c’è un ulteriore gioiello che a dispetto della sua antichissima storia è stato scoperto dal turismo solo recentemente: si tratta di Al-Ula, in territorio settentrionale dell’attuale Arabia Saudita.  Edificata tra falesie di roccia rossa e dune sabbiose nel VI secolo e a lungo denominata Dedan, Al-Ula ci presenta tombe e rovine di siti pre-islamici, uno scrigno di meraviglie con reperti che risalgono anche a più di settemila anni fa. Tra le tombe monumentali, oltre cento, Qasr al-Farid è indubbiamente la più iconica, la più suggestiva e quella maggiormente rappresentativa della maestria architettonica dei Nabatei, che qui giunsero nel I secolo a.C.

Al Ula
Al Ula – Qasr al-Farid, il castello solitario, un’incredibile struttura di 1900 anni. Courtesy of Royal Commission for Al Ula
Al Ula – Arabia Saudita. Fotografia di Osama Ahmed Mansour, per gentile concessione di Al Ula Royal Commission

La “via dell’Incenso” conserva e nasconde ancora molte risposte alle tante domande che questo popolo propone agli studiosi e all’archeologia. Un popolo dimenticato a lungo, che dalla sabbia del deserto sembra voler legittimamente rivendicare la sua esistenza nella storia.

Testo e fotografie di Luca Monti

Immagine in copertina: Al Ula – Arabia Saudita. Fotografia di Osama Ahmed Mansour, per gentile concessione di Al Ula Royal Commission

Autore

  • Luca, che si descrive come “flâneur tous les jours” e “guardatore” di fotografie, è un creativo nato in Italia, londinese di adozione, lavorante un po' in tutto il mondo, che ama il cinema e scattare foto. Il suo soggetto preferito sono le vecchie fabbriche dismesse della città dove vive sua madre ma, alcune volte, preferisce semplicemente restare nel suo studio parigino a scattare Polaroid dei sui amici, perché lo trova divertente e le Polaroid sono cool. Il suo colore preferito da usare come s...

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