La civiltà egizia predinastica, con un profondo credo mitologico, adottò il più lussureggiante cielo stellato nella qualità di un’accogliente e generosa madre protettiva. La lunga storia d’amore, che un tempo tenne il cielo stretto alla terra nell’atto infinito e archetipico di un incontro carnale da celebrare alla presenza del buio misterico, andò disgregandosi nel momento in cui i due genitori primordiali accolsero nel mezzo il passaggio di una luce, quella del sole, che avrebbe nutrito gli uomini e la vita.
Come ben documentato dall’etnologo tedesco Leo Frobenius (Berlino, 1873 – Biganzolo, 1938 )in Storia della civiltà africana (1933), la leggenda sulla genesi della vita presso le più antiche civiltà ha molto a che vedere con un richiamo, sentito e viscerale, alla materia prossima della terra e della più istintiva creazione. Andando dagli antichi egizi sino al racconto della creazione proprio dei nativi americani (particolarmente legati alla figura briccona del Vecchio Uomo Coyote), è possibile percepire tutta la portata simbolica di un universo immaginifico, che riconosce alla materia il più prezioso protagonismo e, conseguentemente, la sua più accentuata insostituibilità.

Maneggiando il sogno realizzabile di un incontro vivido, che per l’arte consta della più prolifica relazione, l’artista di origini latinoamericane Oscar Dominguez (Tucuman, 1970) si appella all’essenza archetipica dei materiali offerti dalla natura per farne il tassello prescelto di una creazione devota al dialogo e all’incontro. Installazioni come Soffioni (2018) e Rifugio poetico (dall’artista ricreato in più di una occasione, coadiuvandone molteplici risoluzioni e un sempre nuovo orizzonte paesaggistico) intessono i passi e il sentire di una progettualità, che incontra il respiro e gli orizzonti di un polmone verde.


Cucendo e assemblando a mani nude la specificità delle piante e degli arbusti rintracciati nello spazio d’azione, Dominguez celebra un’ode rispettosa del tempo di una creazione propriamente biologica e naturale. Accettando di buon grado che sia il tempo di passaggio, nonché la pioggia e il sole, a plasmare i contorni e il volto di quanto umanamente innalzato, l’artista sovverte i canoni di una destinazione per l’arte, sempre più spesso, intrisa di possesso e solipsistica intonazione.
Il tocco di una qualche Madre Natura, grata di esser protagonista e fonte di devota ispirazione, sembra così accarezzare la bellezza pura e resistente di frammenti che, consumandosi in nome del tempo, si apprestano a tornare gaiamente alla terra. Pur appellandosi alle istanze della Land art, l’operato di Oscar Dominguez sembra, infatti, discostarsi dalla pretesa di un intervento che per l’ambiente richieda il sacrificio di una cicatrice artisticamente duratura. Nell’atto stesso della creazione è, infatti, custodito il fine ultimo di lasciare una traccia, che possa sempre risplendere nell’incontro e nel ricordo di un evento condiviso, prima ancora che nella forma e sostanza di materiali freddamente infrangibili o incorruttibili.





Il fuoco che illumina come per la lanterna uno dei Rifugi poetici assemblati con ferro, legno e fascine consta della medesima scintilla archetipica, che da millenni accompagna il mito e l’esistenza dell’uomo. Abbracciando la possibilità dell’unione, il fuoco potente e rigenerante con cui i leggendari gauchos della Pampa argentina celebravano la libertà pura e selvaggia di momenti serali condivisi, sembra far ritorno in un processo creativo, che simbolicamente si offre in qualità di cibo per lo spirito. Nella condivisione collettiva di un intervento artistico che intona bellezza e melanconia, i contorni mitologici di figure come il gaucho (fagocitato nella sua libertà selvaggia dalla prepotenza del capitale e del filo spinato), sembrano rivivere attivando una più che emozionale riflessione su quella che debba essere una missione d’elezioneper l’arte.
Un’arte che in Oscar Dominguez conserva il più genuino sapore di un credo politico che muove nell’ascolto, che vive dell’incontro.
di Floriana Savino
Immagine in copertina: Oscar Dominguez, Space and mud (dettaglio),2009, Studio Magaze Architetti, Faenza.
