«La nostra civiltà è in certa misura un prodotto della nostra architettura. Se vogliamo elevare il livello della nostra civiltà saremo quindi costretti, volenti o nolenti, a sovvertire la nostra architettura. E questo ci riuscirà […] eliminando la chiusura degli spazi in cui viviamo. Ma ciò sarà possibile soltanto con l’introduzione dell’architettura di vetro, che permette alla luce del sole, al chiarore della luna e delle stelle di penetrare nelle stanze non solo da un paio di finestre, ma direttamente dalle pareti, possibilmente numerose, completamente di vetro, anzi di vetro colorato. Il nuovo ambiente che in tal modo vi creeremo dovrà portarci nuova civiltà.» (Paul Scheerbart, 1914)
Visionario illuminato, definito dal poeta austriaco Albert Ehrenstein quale «cittadino onorario degli stati uniti della luna», Paul Scheerbart, nel 1914, mise per iscritto il suo sogno di vetro tra le pagine di un breve e splendido trattato di architettura. Stimato e letto con interesse da Walter Benjamin, l’autore tedesco fu l’antesignano dell’apertura ai nuovi materiali del moderno secondo una visione, che ancora contava sulla promessa lucente dell’utopia. Con il piccolo saggio Architettura di vetro, Scheerbart dà forma e spazio all’essenzialità della luce, alla grande potenzialità di rendere il mondo un posto accogliente in accordo con le energie vivifiche dell’universo. «L’incanto, questa cosa inutile e indispensabile come il pane» – scriverà decenni più tardi il grande Gio Ponti, tra le pagine di un trattato altrettanto lucente. Lo spazio della luce, che pertanto accarezza, bacia e infrange il vetro, celebrato dell’artista contemporaneo Alfredo Pirri, si inserisce in un filone di attenta ricerca, mirante ad offrire il ritratto di un sentire e innumerevoli emozioni, compartecipi del sogno di ogni esistenza.

Nel centro di Bologna, a pochi passi dalle caratteristiche e belle torri della città, si erge ancor maestoso il palazzo cinquecentesco di papa Gregorio XIII. Da alto prelato, assai lungimirante riguardo la destinazione dei suoi lussuosi averi, il futuro papa si accertò di dar seguito alla sua stirpe, decidendo di buon grado di mettere al mondo un figlio, battezzato con il nome di Giacomo, omonimo del santo viaggiatore, che ancor oggi dà un nome al famoso cammino pellegrino di Santiago di Compostela. La maestosa scalinata elicoidale, che conduce al piano nobile del palazzo bolognese del papa, eccelsa realizzazione del grande Jacopo Barozzi detto il Vignola, sembra non a caso richiamare uno dei simboli tanto cari al santo: la conchiglia. Di recente riscoperta e restauro è, infatti, il marmorino perlato, che scorrendo lungo tutta la parete della scala, tende a riportare alla vista e ai sensi la natura mirabile di una bella e armonica conchiglia.

Tra le stanze del maestoso palazzo e in occasione dell’appuntamento annuale di ART CITY Bologna 2025, l’artista contemporaneo Alfredo Pirri è stato chiamato dai curatori Silvia Evangelisti e Lorenzo Balbi alla realizzazione di un progetto immersivo, contante su già esistenti e nuove installazioni.
Se il cortile del palazzo, nelle potenzialità di un magnifico hortus conclusus rinascimentale dai marmi e mosaici policromi, si è visto percorso da installazioni assai evocative riguardo la continua ricerca d’artista, il bel salone affrescato, un tempo destinato alle udienze del suo illustre proprietario, si è posto come terreno di gioco per un illusionismo emozionale, acutamente ricercato. L’installazione immersiva e relazionale Passi, ospitata per tempo in ulteriori e importanti siti artistici e culturali (non in ultimo, per la sfilata della Maison Valentino alla Paris Fashion Week 2024), si è resa così protagonista di un dialogo percettivo, a tratti straniante, con uno spazio che sa di un tempo infinito e di una grande storia. Sovvertendo i canoni del sopra e del sotto, del dentro e del fuori, di quanto vi sia di duraturo in rapporto all’esiguità e precarietà di ogni esistenza umana, Pirri fa uso dello spazio e di materiali assai cari (come vetro, specchi e colore) per aprire ad una riflessione che muova sui passi reali di ogni astante. Ad attendere, difatti, il fruitore sulla soglia del bel salone è un video immersivo che ripercorre la nascita partecipata del medesimo progetto, lì dove a spaccare i vetri posti come nuovo e provvisorio pavimento è, assieme all’artista, la padrona di casa e presidente Paola Pizzighini Benelli. Contenute sfere di marmo, accuratamente abbandonate sul posto, segnano l’atto di un infrangere gentile, con la speranza e la necessità attiva che dalla frammentazione possano derivare nuove e molteplici possibilità di osservazione, critica e creativa.

«In tutti questi anni il mio interesse per lo spazio è rimasto predominante fino a sfiorare l’architettura. Si tratta di un interesse politico, inteso come tentativo di mostrare qualcosa di necessario alla sopravvivenza stessa, una specie di battaglia a favore dell’esistenza.» (Alfredo Pirri)

Contando sulle sfaccettature e potenzialità della luce che accarezza, filtra e lotta nella possibilità di offrire varietà al sentire, Pirri fa dell’esperienza dell’arte la chiave di lettura per un vivere e rapportarsi criticamente alle questioni del mondo. Le sue torri componibili per un’idea fattuale di archivio sono così ospitate tra le stanze dell’antica dimora bolognese, celebrando l’importanza di una condivisione con il pubblico, che non ha paura di rivelar troppo presto sé stessa. Assieme ad un’idea di esposizione data, Alfredo Pirri celebra la necessità di un dialogo serrato, che tenga conto dell’importanza per ogni artista costruttore di intessere relazioni feconde con un pubblico mai inconsapevole. La sua arte, i suoi bozzetti, paiono allora lettere indirizzate alla possibilità di un sentire fraterno, che per il prossimo progetto, ancora e ancora, conterà su di uno scambio di sensazioni precedentemente instaurate.

Come le tante piume dai tocchi pastello, ingabbiate scioltamente tra fogli di plexiglass giocherelloni ospitati in cortile, le sensazioni individualmente derivate planano sulla possibilità di accompagnare la fruizione degli spazi del quotidiano sulle ali dell’importanza di una costante e sempre attenta capacità di meravigliarsi. Semplicemente illuminarsi.
Come scriveva ancora Gio Ponti: «[…] non si può capire l’Architettura come arte se non si ha qualche idea sull’Arte».
di Floriana Savino
Le fotografie che accompagnano il testo, opera della stessa autrice, si focalizzano sui dettagli evocativi del percorso sensoriale intrapreso in relazione all’allestimento offerto dalla mostra.
