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Sacheverell Sitwell. Ragusa e Modica, inosservate per così tanto tempo

SAN GIORGIO RAGUSA

Quando nel 1924 scrisse  Southern Baroque Art, il critico d’arte e musicale, scrittore e baronetto inglese Sacheverell Sitwell (1897-1988), si spinse fino a Siracusa e Noto, non visitò Ragusa e Modica, ma ne intuì e percepì la loro valenza e il loro spessore solo leggendo la breve descrizione di un altro scrittore inglese, Douglas Sladen, del 1904, menzionandole in una breve nota in appendice del libro. «Ci sono altre due città a sud – scrisse Sacheverell – dove le caratteristiche di Noto sono ulteriormente migliorate da una popolazione più grande e più ricca e dove gli edifici sono proporzionalmente più grandi, e le chiese, semmai, più splendide ancora: Modica e la doppia città di Ragusa». Si fermò quindi solo a Noto di cui descrisse le caratteristiche «ma posso esprimere la mia convinzione che Modica e Ragusa – aggiunse – debbano valere un arduo viaggio da percorrere, perché dovrebbero contenere tante caratteristiche architettoniche quanto Lecce».

Sacheverell Sitwell in una fotografia del 1945

Agli inizi del 1926, subito dopo il suo matrimonio con Georgia Doble (1905-1980), figlia di un ricco banchiere canadese, lo scrittore, ritornato in Sicilia, si recò appositamente in provincia di Ragusa, con la giovane moglie, il padre George, la madre, e il maggiordomo e guardia del corpo del padre Henry Moat. Partirono con l’auto da Siracusa e sostarono per breve tempo a Noto, poi a Ragusa dove andarono direttamente in albergo di proprietà di un “barone”, dove la finestra della camera da letto dava direttamente su una chiesa, vicino al campanile. «Era la Quaresima – racconta Sacheverell – e l’altare maggiore nel duomo di Ragusa Superiore alla testa della processione, il volo di pietra delle scale era velato da enormi tendaggi di tela, alti circa quaranta o cinquanta piedi, dipinti con scene di rovine architettoniche delle vedute romane di Giovanni Paolo Pannini (1692-1765), e i dipinti, ci avevano detto, erano opera di una coppia di fratelli, pittori locali, che lavoravano fino agli anni ’80».

Modica, panorama
Ragusa, panorama

Ad un primo esame, confermava la sua idea iniziale: queste due cittadine soddisfacevano le sue aspettative di qualche anno prima e convalidava il suo giudizio che riporterà in Southern Baroque Revisited, pubblicato a Londra nel 1967, per il quale poté anche esaminare in dettaglio la serie di fotografie scattate nel 1965 dal fotografo Timothy Benton, ponendosi subito l’interrogativo di quale potesse essere la spiegazione delle loro grandi chiese e della loro raffinatezza. «Sembrerebbe – rifletteva Sitwell – che l’architetto o gli architetti debbano aver avuto esperienze al di fuori di Roma o Napoli, senza tenere conto di Noto che era la città più vicina a loro”. Prima si sofferma su Modica, che si incontra subito provenendo da Siracusa e Noto, dove le sorprese cominciavano a venire incontro. «È una città rampicante di chiese su terrazze in cima alle scale – scrisse – e la grande chiesa di Modica vista da lontano mentre ci avviciniamo alla città, ora appare in tutta la sua maestà sopra le scale, con il suo frontespizio a tre piani che, più imponente di qualsiasi facciata in Austria, un’invenzione architettonica superiore rispetto al doppio fronte torreggiante di Melk sulla sua scogliera sopra il Danubio, per tutto il suo essere siciliano, e nella remota Sicilia, suggerisce l’influenza austriaca e quella di Lukas von Hildebrandt in particolare».

Modica

Il primo impatto gli ricorderà Hildebrandt, o Kilian Ignaz Dientzenhofer, architetto di San Nikolaus-Kleinseite a Praga, concludendo che «i campanili di alcune torri di chiese modicane e ragusane sono sicuramente di questa parentela ed è difficile confrontarli con tutto ciò che è italiano». Della chiesa di san Giorgio a Modica  osservò il frontespizio a tre piani tra un paio di ali e «l’eleganza classica è più apprezzata se si può scorgere da una strada laterale, quando si vedono le due porte laterali tra le loro colonne, la porta interna e la finestra su di essa che è oblunga, essendo leggermente più grande della porta esterna con finestre circolari, che si ergono come uno schermo di pietra accanto a una casa con balconi panoramici che danno sui piani di scale». La torre ovoidale la vide innalzarsi tra queste ali e affacciarsi su doppie colonne su tutti e tre i piani, per finire in cornici svolazzanti e frontoni spezzati sotto la cupola di pietra. «Il tutto – suggerì Sacheverell – come una interpretazione di Hildebrandt o Dientzenhofer con il senso teatrale dei siciliani».

Modica, San Giorgio

Ammirò un’altra chiesa modicana con un corpo centrale più arrotondato, «il cui senso quasi si perde nella serie di cornici aggettanti, molto complessa, tutta in pietra dorata, non molto lontana dall’Opera di Garnier a Parigi. Forse solo la luce del sole la salva da questo confronto; ma, tutto sommato – osservò – con gli enormi vasi di pietra che condividono l’ornamento, questa è una strana struttura per una piccola città siciliana».

Ragusa, a sole cinque o sei miglia di distanza, la considerò composta in realtà «da tre città distinte e separate con profondi burroni tra loro, Ibla e Vittoria, con Ragusa nel mezzo; le chiese qui, probabilmente annerite ormai dai pozzi petroliferi, sono sicuramente dello stesso architetto. Anche loro hanno le facciate o i frontespizi in tre piani». Anche una delle più piccole, «non grande e grande abbastanza da potersi permettere le ali, si erge con un po’ di sculture, con un fronte leggermente convesso o bombato e uno schermo leggero, aperto per il suo terzo piano, e presiede la sua piazzetta con eleganza e dignità».

Ragusa Ibla – Fotografia di Joseph Recca su unsplash

Il quartiere Ibla ha la sua chiesa di San Giorgio, e Ragusa ha la sua Chiesa Madre su una grande terrazza. «San Giorgio, con la sua cupola alta dietro, a tre piani di nuovo rispetto alla sua facciata, e con tre colonne su ogni lato del suo corpo principale, è a suo modo – scrisse senza esitazione – una creazione stupenda per una città così piccola nell’angolo sud della Sicilia, e di fronte all’Africa. Quante chiese a cupola ci sono a Londra? La Cattedrale di Saint Paul e l’Oratorio di Brompton sono la risposta». La sua ammirazione e la sua sensibilità artistica fecero in modo che il critico inglese si soffermasse con particolare attenzione davanti a questa architettura. «Qui a Ragusa – commentava – la cupola di San Giorgio è manipolata con mano esperta, ma è poco in confronto all’invenzione profusa sulla facciata che è davvero bella sotto ogni punto di vista, da ammirare dal basso ai piedi dei gradini tra le palme, dove sostiene il suo fronte d’oro di belle colonne e le pietre ai suoi lati che fanno un piedistallo per le statue, e al di sopra delle più piccole, ma simili spirali o svolazzi sotto la cupola che sicuramente fornisce un indizio delle origini. Potremmo pensare che San Giorgio sia una bell’architettura urbana come qualsiasi chiesa barocca a Praga, che è una città di belle chiese. La spiegazione, non ancora imminente, potrebbe non essere più un mistero delle guglie e delle torri e dei lucernari dei villaggi nell’East Anglia o nel Somerset, ma è una delle ultime novità nella storia di tali febbri architettoniche, ed è interessante se non altro per la ragione che questi potrebbero non venire di nuovo. Un terremoto dei nostri giorni con aiuti provenienti da ogni forma di assistenza internazionale non ha mai portato a una tale ricostruzione».

Ragusa

Ritenne che Vittoria e Comiso erano delle cittadine sotto l’influenza di Modica e Ragusa, di cui solo un altro autore inglese scrisse nel 1949 «che poche visioni architettoniche potrebbero essere più deliziose della piazza principale di Vittoria o le torri e le cupole di Comiso ed entrambe le città si trovano entro venti o trenta miglia da Ragusa, ma è curioso infatti che siano rimaste inosservate per così tanto tempo». Ma le chiese delle città di Modica e Ragusa formavano per Sacheverell Sitwell un argomento a sé stante. «Scenograficamente, non meno così, si potrebbe dire, della Venezia di James Abbott McNeill Whistler,  un incisore che in ogni caso cercava gli stessi effetti, e in linea di massima lasciava l’architettura da sola – concludeva – e si potrebbe dire con sicurezza che chiunque avesse realizzato una collezione e uno studio di disegni di questi edifici siciliani e li avesse esposti in mostra senza dire cosa o dove fossero, non sarebbe stata la causa di una sensazione minore; sarebbe impossibile su tali prove accreditare le chiese e i palazzi di Noto o le maestose basiliche terrazzate di Ragusa e Modica alle remote città siciliane. Ancora meno, perché sconosciuti perfino per nome, Grammichele del piano della ragnatela, o Vittoria e Comiso. Ma tali città hanno raddoppiato, o addirittura triplicato oggi i loro abitanti nel brulicante sciame della popolazione. Possa questo non essere tanto pericoloso per il loro futuro quanto un altro terremoto!».

di Giuseppe La Barbera – giornalista

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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