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Acqua, Terra, Fuoco. L’architettura industriale del Veneto del Rinascimento

Se Palladio è riuscito a realizzare le sue meraviglie è certo merito del suo genio. Ma anche, se non soprattutto, degli effetti di quel “miracolo economico” che, nel ‘500, portò il Veneto di terraferma ai vertici dell’innovazione tecnologica e della produttività europee. Quando, esattamente dieci anni fa, il CISA Palladio aprì nel Palazzo Barbaran da Porto di Vicenza il Palladio Museum, al centro del cortile nobile venne messo a dimora un gelso. A chiarire ai visitatori che Palladio non avrebbe potuto creare ville e palazzi oggi oggetto dell’ammirazione universale senza quell’albero, ovvero senza l’attività delle seterie che venivano alimentate dai bozzoli tessuti da bruchi, che delle foglie dei gelsi si cibavano. Non a caso la mostra “Acqua, Terra, Fuoco. L’architettura industriale del Veneto del Rinascimento”, curata da Deborah Howard del St. John’s College di Cambridge, visitabile dal 12 novembre 2022 al 12 marzo 2023, puntualizza come quella grande vicenda imprenditoriale sia stata scelta quale evento di punta del decennale del Museo e indaga lo straordinario sviluppo industriale che trasformò campagne e colline del Veneto in sede di efficientissime manifatture che non avevano pari nel mondo dell’epoca.

Andrea Ferrara, Spada forgiata nelle fonderie bellunesi, 1570 ca. (Milano, Museo Poldi Pezzoli)

Una potentissima “Silicon Valley” localizzata in aree periferiche, ai piedi delle colline dell’alto vicentino e trevigiano, soprattutto. Qui scorrevano con impeto le acque che offrivano la forza motrice, qui venivano trattate le materie prime che, plasmate con il fuoco e la stessa acqua si trasformavano in prodotti innovativi, richiestissimi sui mercati della Serenissima e di tutta Europa. A fare la differenza rispetto alle analoghe imprese del continente, fu la capacità di innovazione, di mettere a punto, e brevettare, nuove tecnologie e, allo stesso tempo, di puntare su reti commerciali capillari.

Bernardo Bellotto, Mulini galleggianti sull’Adige vicino a Castelvecchio e al Ponte Scaligero, 1745 ca. (Verona, Fondazione Cariverona)

La mostra, frutto di più di tre anni di ricerche in musei, archivi, biblioteche e sul “campo”, ricerca finanziata dal Leverhulme Trust di Londra (UK), mette insieme ciò che sino a oggi era rimasto dietro le quinte. Attraverso dipinti, mappe, disegni, oggetti e modelli antichi ci fa scoprire le architetture del boom industriale del Veneto del Rinascimento, vale a dire le fabbriche del Nord-Est di cinque secoli fa. Senza la ricchezza da loro prodotta, le ville e i palazzi di Andrea Palladio non avrebbero potuto prendere forma.

Cuoietto (corsetto maschile) in pelle e seta, 1590 ca. (Venezia, Museo di Palazzo Mocenigo)

Grazie a prestiti italiani e internazionali, sono esposti dipinti di Tiziano, Francesco Bassano e Bellotto, disegni rinascimentali, preziosi modelli antichi di meccanismi brevettati, provenienti dal Maximilian Museum di Augusta, mappe e documenti d’archivio, libri rari, oggetti d’uso prodotti dalle imprese venete rinascimentali, come il rarissimo corsetto maschile in cuoio e seta di fine Cinquecento, noto come ‘cuoietto’, e ugualmente oggetti d’arte come preziose croci liturgiche con l’argento delle miniere di Schio e spade forgiate a Belluno. Per l’occasione il film-maker Fausto Caliari ha realizzato nove filmati che raccontano lo stato di altrettante “fabbriche” rinascimentali, alcune delle quali ancora oggi in funzione.

Francesco Bassano, Elemento Fuoco, 1585 ca. (Banca Popolare di Vicenza SpA in L.C.A.) 

L’allestimento, disegnato dall’architetto e regista teatrale Andrea Bernard, è concepito per coinvolgere il grande pubblico in un viaggio alla scoperta di questo aspetto poco conosciuto della cultura del Rinascimento europeo. La mostra racconta dunque il passato, ma con lo sguardo al presente e al domani e ci parla dell’antica alleanza che nel Veneto del Rinascimento legò economia, arte e cultura: l’imprenditoria prosperava grazie all’innovazione, e chiese a Palladio di darle un volto architettonico, altrettanto visionario e rivolto al futuro.

Giovanni Battista Pittoni, La zona industriale di Vicenza con i mulini alla Porta di Pusterla, 1580 (Roma, Biblioteca Angelica)

Una mostra che si mantiene in continuità con il grande progetto di candidatura di Vicenza a capitale italiana della cultura 2024; al tempo stesso la mostra vuole attirare l’attenzione sullo stato precario in cui versa parte del patrimonio proto-industriale oggi, che va invece tutelato perché tratto fondante della nostra identità. Non vanno trascurate le lezioni che possiamo trarne: la capacità di coniugare sviluppo e bellezza in armonia con l’ambiente; i vantaggi, economici ma anche ambientali e creativi, di ambienti produttivi in co-working, in cui le stesse risorse possano essere riutilizzate; l’impiego di materiali economici e di provenienza locale; il ricorso a fonti energetiche pulite e rinnovabili.

Tiziano Vecellio, Orfeo e Euridice, 1510 ca. (Bergamo, Accademia Carrara) sullo sfondo una fonderia in attività con le ruote idrauliche che azionano i mantici
Tomaso Fiorini, Centro manifatturiero a Solagna, con filatoio e follo, 1699 (Archivio di Stato di Venezia)

Immagine di copertina: Mulini galleggianti a Padova, 1767 (Archivio di Stato di Venezia)

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