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Dante e la sua presenza nella Marca

Delle duecento località italiane inserite nella Commedia dantesca, solo una decina sono marchigiane. Otto di queste rientrano nella provincia attuale di Pesaro e Urbino: Montefeltro, Carpegna, San Leo, Urbino, Focara, Fano, il Catria e Fonte Avellana. Sono anche menzionate Senigallia, Urbisaglia e il fiume Tronto. Dubbie sono invece Gradara, Portonovo e Loreto, anche se quest’ultima è tornata al centro di molti studi. Dei luoghi elencati la maggioranza si colloca a nord dell’Esino, mentre solo una parte residuale è ubicata nel Piceno propriamente detto. Impresa ardua è invece lo stabilire quali di queste terre il Sommo Poeta descriva per visione diretta e quali attraverso letture e resoconti altrui. Ad esempio il richiamo a San Leo nel IV canto del Purgatorio, con quel «vassi», sembra tanto spontaneo da escludere finzione letteraria:

Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, / montasi su in Bismantova e ‘n Cacume / con esso i piè; ma qui convien ch’om voli / Ben s’avvide il poeta ch’io stava / stupido tutto al carro de la luce, / ove tra noi e Aquilone intrav.

Dante e il suo poema, affresco di Domenico di Michelino nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, 1465, Firenze

Ciò è avvalorato dal fatto che Dante soggiornò realmente nel Montefeltro, come testimoniato sia da Giovanni Boccaccio sia dalla narrazione di vicende realmente accadute in quelle zone e che potevano così essere descritte solo da chi le avesse vissute. Boccaccio così riporta: «e ancora per alcuno spazio fu co’ Signori della Faggiuola ne’ monti vicino a Urbino». Molto vasta è invece la bibliografia sulla presenza dantesca presso Senigallia, Urbisaglia e Fonte Avellana. Per quanto concerne quest’ultima e la conoscenza dell’opera di San Pier Damiano, bisogna presuppore la sua presenza addirittura nello scriptorium del monastero di Fonte Avellana: Tra ‘ due liti d’Italia surgon sassi, / e non molto distanti a la tua patria, / tanto che ‘ troni assai suonan più bassi, / e fanno un gibbo che si chiama Catria, / di sotto al quale è consecrato un ermo, / che suole esser disposto a sola latria.

Poche, quasi inesistenti, sono le prove che legano il Sommo Poeta a un suo passaggio nella bassa Marca e nel Fermano; nel presente articolo vogliamo dimostrare che Dante soggiornò proprio in questi luoghi. Una prima prova è quella presente nel De vulgari eloquentia, ove egli descrive il volgare del sud delle Marche così dettagliatamente che ci induce a pensare che l’abbia udito di persona. Traducendo il passo del De vulgari egli ci dice che «dopo costoro strappiamo via gli abitanti della Marca Anconitana, che dicono Chignamente state siate: e assieme a loro via anche gli Spoletini. E non si deve dimenticare l’esistenza di svariate poesie create per schernire questi tre popoli; tra le quali ne abbiamo vista una, perfettamente congegnata secondo le regole, che aveva composto un fiorentino di nome Castra.

Un altro elemento che ci induce a pensare che Dante sia realmente stato nel sud della Marca è il fatto che non si comporta con il volgare marchigiano come il reggiano, il genovese, il romano, il ferrarese e così via, cui nega la ben che minima possibilità di sviluppo dal punto di vista meramente estetico. Per quanto riguarda il marchigiano, pur riconoscendo la sua durezza e la sua rozzezza, nel novero dei «doctores illustres qui lingua vulgare poetati sunt» inserisce anche i marchigiani. Per quanto riguarda il legame tra Dante e il Sud delle Marche, risulta fondamentale ai fini della nostra ricerca, una pubblicazione degli anni Sessanta del Novecento di Giacinto Pagnani, nella quale si afferma che in una epistola dell’Archivio Comunale di San Ginesio compare il nome Dante: «Hec lictere date et presentate fuerunt per Dantem poet […] baiulum Curie Generalis». La lettera reca data 23 aprile 1300. A mio parere, Pagnani ha bollato con troppa facilità tale caso come “omonimia dantesca”, poiché sia la coincidenza cronologica, sia il fatto che nel 1300 il podestà di San Ginesio sia stato Berardo da Varano di Camerino – presente  presente alla lettura della sentenza con la quale il 10 marzo 1302 Dante fu condannato –, dimostrano chiaramente che possa trattarsi del vero Alighieri.

Altri elementi che ci inducono a ipotizzare la presenza dantesca nel Sud della Marca sono quelli legati alle tradizioni manoscritte della Commedia. L’esemplare più antico che di essa si conosca, è quello vergato nel 1336 da Antonio da Fermo, pervenuto a noi come Codice Landiano n. 190 della Biblioteca Comunale Passerini-Landi di Piacenza. Secondo gli studi filologici, il manoscritto è datato intorno al 1336, come già detto in precedenza, allorché il pavese Beccario Beccaria, uomo politico ghibellino, podestà di Genova, di Mantova e di altre città e uomo di cultura, commissionò al copista Antonio da Fermo la stesura della Divina Commedia dell’Alighieri, ormai diffusa ampiamente sul suolo italiano. Dopo la morte di Beccario, avvenuta nel 1356, il manoscritto passò nelle mani dei suoi discendenti, frutto del matrimonio combinato con Ginevra da Langosco, rimanendo in possesso della famiglia Langosco nel corso dei secoli successivi, per poi rientrare nelle mani dei Beccaria nell’800. Questi poi, a loro volta, lo cedettero al marchese Ferdinando Landi (1778-1853) che, su sua disposizione testamentaria, lasciò alla Biblioteca Comunale di Piacenza la sua collezione di libri rari, comprendente anche il codice dantesco. Il codice non è di pregevole fattura, non è un “libro gioiello”, come lo erano molti altri contenenti la Commedia, ma ha un’enorme valenza filologica. Nel celebre studio Radiograa del Landiano (Itinerari danteschi, 1969) Giorgio Petrocchi concludeva la sua indagine codico-filologica sull’omonimo manoscritto constatando come fosse «diciamolo pure, […] un brutto codice, imparagonabile ai capolavori di Francesco di Ser Nardo o della conseguente bottega del Cento». Il giudizio di Petrocchi è però puramente estetico. Il manoscritto è pergamenaceo ed è in scrittura cancelleresca.

Nell’explicit del codice è riportato: Scriptus per me Anto / nium de Firimo Ad petitionem et / instantiam Magnifici et Egregii / viri domni Beccharij, de Becha/ria de Papia Imperatorij, militis / legumque doctoris Necnon honora/bilis Potestatis Civitatis et districtus / Januae. Sub Anno Domini / Millesimo CCC° XXXVI° Indictione IIIª / tempore domini B. papae XII Ponti/ficatus eius Ano Secundo.

La lingua del copista lasciò traccia anche nel testo, ciò lo si è potuto vedere grazie all’esame radiografico dell’esemplare condotto dall’Istituto di Patologia del Libro. I termini riportati alla luce sono: cagnare, biastimiare, noa, lu, quisti. Tutti termini propri del volgare del sud della Marca.

A tale importante codice, va aggiunta una recentissima scoperta avvenuta agli inizia del 2021 all’Archivio di Stato di Fermo, nella sezione del Fondo Notarile: un lembo di pergamena di riuso contenente un frammento del Purgatorio dantesco. La pergamena era utilizzata per rilegare gli atti del Notaio Aracinti di Monterubbiano che redasse i suoi documenti negli ultimi anni del Cinquecento.  Il frammento faceva parte di un codice membranaceo realizzato in una scrittura proto-gotica italiana molto raffinata della prima metà del Trecento. Il frammento giunto sino a noi contiene le ultime 27 terzine del canto XV del Purgatorio e la prima terzina con capolettera miniato del XVI canto. Dal punto di vista decorativo, la carta esterna che per comodità chiameremo 1r, sul lato interno contiene un fregio di colore rosso con motivi geometrici, che nella parte bassa della carta si incastona con una “B” iniziale di capoverso realizzata con la tecnica del doppio tratto riempita esternamente di rosso e internamente di blu. Di colore nero, ma di grandezza maggiore sono le iniziali delle terzine.

Con molta probabilità si potrebbe trattare del frammento di uno dei “Danti del Cento” probabilmente giunto a Fermo tra il XIV secolo e la fine del XVI secolo. I codici del Cento sono un gruppo di manoscritti realizzati dalla bottega del toscano Francesco di Ser Nardo da Barberino che per sposare le figlie e garantire loro una dote ha fatto trascrivere 100 copie della Commedia. Quelle del Cento sono le copie più importanti della Commedia in circolazione. Dunque anche tale presenza avvalora ulteriormente il legame tra Fermo e il Sommo Poeta.

Restando sui codici danteschi della prima vulgata, non si può non menzionare per rilevanza filologica e qualità della fattura, il codice urbinate (Urb. Lat.) n. 366 oggi conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana. Il codice membranaceo è composto da 189 carte, contiene ben 110 miniature e vergato proprio nel nord delle Marche tra il 1350 e 1352. Il codice dalla carta 1r alla 60v contiene l’Inferno; dalla 61r alla 121v il Purgatorio; dalla 122r alla 183v il Paradiso.

Ancora a Fermo, sempre presso l’Archivio di Stato, negli anni sessanta del Novecento è stata rinvenuta una pergamena, recante data 1306, che riporta il nome di Jacopo Alighieri. Le tracce che avvicinano Dante a Fermo, non si esauriscono però qui. A Fermo vi sono la Contrada Fiorenza e il Vicolo degli Elisei; di Fermo era Beato Giovanni, detto poi della Verna, che con i suoi scritti esercitò una forte influenza su Dante; a Fermo apparteneva quella Custodia francescana che assunse un’enorme importanza determinante per il movimento degli spirituali; della Marca Fermana era Ugolino da Montegiorgio, l’autore degli Actus, letto e riletto dal Sommo Poeta e fondamentale per la costruzione della diatriba critica tra Spirituali e Conventuali. Altre figure molto vicine a Dante, pur non essendo marchigiane, ebbero un rapporto assai stretto con tale regione. Tra queste sicuramente vi è San Romualdo, che morì a Fabriano il 19 giugno 1027 e molto operò nelle Marche. Altro esempio è quello di Cino da Pistoia, legatissimo a Dante, che fu giudice collaterale del Rettore della Marca d’Ancona. Dalle fonti risulta che egli si trattenne a Macerata per circa un anno, dagli inizi del 1320 al 1321. Poi ci sono tutti quei “signori” della Marca legati ai canti della Commedia, come Ugoccione della Faggiola, i Carpegna, i Malatesta e i Montefeltro. A tal proposito si pensi al canto V dell’Inferno e la suggestione di Gradara legata a Paolo e Francesca. E ancora si pensi al canto XXVII dell’Inferno e all’incontro con Guido da Montefeltro, che proprio ad Ancona nel 1296 vestì il saio francescano.

Tra gli altri personaggi del centro-nord delle Marche troviamo Angiolello da Carignano, Jacopo del Cassero e Guido di Carpegna. La sommatoria di tutti questi nomi, vicende, relazioni e luoghi, da una parte getta le basi per la creazione di uno stretto legame tra l’Alighieri e le Marche, ma dall’alta crea la fortuna stessa del Sommo Poeta nelle Marche. Di codici manoscritti danteschi di origine marchigiana ne abbiamo molti, si pensi all’Ms. 38 della Biblioteca Oliveriana di Pesaro, della fine del XIV secolo, oppure ai tanti appartenuti alla libreria perduta di San Giacomo della Marca, o ancora ai tanti frammenti membranacei di Cagli e di Macerata. L’unico esemplare giunto sino a noi, appartenuto al Santo marchigiano, è il Codice Vaticano Rossiano n. 117, anche questo della prima metà del XIV secolo.

Un’altra questione di massima importanza che lega le Marche alla Commedia, è costituita dal fatto che i primi a recitare a memoria i versi danteschi durante le veglie invernali furono i pastori dei monti Sibillini. Non è questa la sede per parlare dei miti legati a tali monti, ma le suggestioni che legano la discesa nella crotta della Sibilla alla discesa nell’Inferno dantesco sono veramente molte. Possiamo inoltre affermare che tali tradizioni sono rimaste in uso sino alla prima metà del Novecento.

Le suggestioni contenute nelle opere dantesche che legano il Poeta alle Marche e in particolare al Sud della regione, sono molte, quasi troppe, tanto che, a parer mio, risulta inappropriato parlare di “suggestioni”, ma sarebbe più corretto parlare di evidenze comprovate.

Testo e immagini dei manoscritti di Riccardo Renzi – Istruttore direttivo presso Biblioteca civica “Romolo Spezioli” di Fermo

Immagine in copertina: Dante in esilio – Domenico Petarlini (1822-1897) Palazzo Pitti, Firenze