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Il mio viaggio in Kenya

kenya slum kibera

Guardare oltre per comprendere altro. Niente spiagge dorate in Kenya, ma solo la ricerca di una autentica umanità. Sono questi i presupposti che mi hanno portato a fare un’esperienza di volontariato in un Centro di accoglienza di bambini di strada di Nairobi e a visitare gli slum della periferia della capitale kenyota. Un’avventura umana straordinaria, che mi ha riempito il cuore e sconvolto la coscienza. Un viaggio che ho raccontato in un taccuino di disegni e parole.

KENYA DONNE D'AFRICA

Partire per il Kenya, senza sapere cosa avrei trovato, dunque, con l’unica consapevolezza che il viaggio sarebbe stato sicuramente una delle più importanti avventure umane della mia vita. Da Roma a Londra sino a Nairobi e da qui a Tone La Maji, uno dei centri di accoglienza per bambini di strada aperto dal Padre comboniano Renato Sesana, che da oltre quarant’anni dedica la sua vita ai bambini in Africa. Qui lo hanno ribattezzato Kizito, che significa “con le ossa forti”. Incontro Padre Kizito all’aeroporto di Nairobi insieme ad altri operatori sociali con cui collabora a Tone La Maji e con loro ci dirigiamo al Centro che si trova a Ongata Rongai, periferia di Nairobi, in quelle terre poco distanti da Karen, la cittadina che porta il nome di Karen Blixen, che nella “sua Africa” visse per molti anni.

Appena i cancelli di Tone La Maji si aprono, ho giusto il tempo di scendere dalla macchina, quando un fiume di bambini sorridenti e vocianti spunta dal nulla. Mi corrono incontro e mi sommergono di abbracci. Non ci siamo mai visti prima, ma mi accolgono come se fossi una loro amica da sempre. “Quando ripartirai?” – è la prima domanda che mi fanno, mettendomi subito con le spalle al muro.

Tone La Maji in Swahili significa “goccia d’acqua”. Qui vivono bambini e ragazzi di strada dai 6 ai 16 anni, alcuni arrivano ai 18, provenienti in genere dallo slum di Kibera. La maggior parte di loro è sola, altri aspettano di poter tornare dai loro genitori, altri ancora, i più grandi, quale futuro scegliere. Una volta maggiorenni, alcuni decidono di restare a Tone La Maji e contribuire alle attività del Centro, come Stephen ad esempio, che oggi frequenta l’università di agraria ma si occupa della cucina e dei pasti per tutti noi. Qui si offre un ambiente familiare dove poter crescere; dove si garantisce educazione e cura della persona, del recupero e sviluppo della propria identità, dell’istruzione, dell’educazione sanitaria e prevenzione all’Aids e di tutto ciò che serve in vista del futuro inserimento nella società del loro Paese. Tutto è basato sul rispetto e sul senso di comunità. I ragazzi di Tone La Maji sono acrobati fantastici, per questo appena possibile portano i loro spettacoli in Europa.. Ogni cosa che fanno è basata sull’impegno e sulla volontà. Li chiamano gli “acrobati della vita” e un’altra definizione non sarebbe più calzante. Utilizzano l’attività acrobatica quale strumento per accrescere la fiducia in se stessi e nel gruppo.

Percorrere le strade dello slum di Kibera, alla periferia di Nairobi, è una delle esperienze più dure di questo viaggio. Tutto sa di povertà. Tutto sembra non dare speranza e futuro a chi ci vive. Eppure, tutto è rivestito di dignità in questa città di baracche. Mi accompagna Jack Matika. Jack lavora a Ndugu Mdogo (Piccolo Fratello), il primo luogo di contatto con i bambini di strada di Kibera, da cui dista qualche centinaio di metri. Jack cerca di guadagnare la loro fiducia, trascorrendo con loro giorni e notti. È quello che chiamano un “angelo della strada”. A Kibera è una vera celebrità. Una volta convinti, inizia con i ragazzi un percorso di rinascita a partire dalla consapevolezza e la cura di sé. Jack sa cosa significa vivere in uno slum, lui stesso è nato e vissuto a Kibera. Lui stesso era un bambino di strada. Incontro una donna che, con in braccio il suo bambino, vende deliziose frittelle, fatte al momento. Di lei mi colpiscono quattro cose: l’incredibile bellezza del suo viso, la postura eretta ed elegante, la sua dignità, lo sguardo dolce, profondo, melanconico, timido e rassegnato. Nel guardarla provo una pena infinita, pensando che il suo futuro sia tutto lì.

In Africa i bambini sono ovunque. Ti guardano curiosi e ti seguono a frotte. Il loro sguardo è sempre dolce. Succede, a volte, che qualcuno ti faccia capire che vuole essere preso in braccio, perché – ma forse è solo una mia impressione – in quel momento è solo. O forse perché c’è un senso di comunione che prescinde dalla conoscenza personale, che a noi è totalmente sconosciuto. E poi mercati a cielo aperto, pieni di colori che mi mettono tanta allegria. Poveri, ma dignitosi. Sempre. Concentrati di mercanzie, stoffe, cesti, tappeti, vasi di coccio, frutta e verdura si susseguono in una teoria strabiliante lungo le strade sabbiose, rosse, dissestate. Del resto in questo angolo della periferia di Nairobi è tutto così.

Un giorno Allan, un bambino speciale di Tone La Maji, mi porta un suo disegno: una casa con una scritta “Allan and Christiana’s house”. La dimostrazione di un bisogno di amore straordinario.. Nel mio taccuino ripropongo il disegno della casetta, così come lo ha fatto Allan. Lo accompagno con l’immagine di una mamma africana e il suo bimbo preso dal depliant dell’Associazione Koinonia, fondata da Padre Kizito. È il mio augurio perché Allan e tutti i bambini soli trovino presto una casa e il calore di una mamma.

Dopo due settimane a Tone La Maji devo ripartire. Da giorni mi chiedo come devo spiegarlo ai bambini. Li vedo abbastanza sereni, anche se tradiscono dispiacere. Capisco ora perché la prima cosa che mi hanno chiesto è stata “Quando riparti?”. Perché sapere da subito quanto durerà la permanenza di un visitatore a Tone La Maji consente loro di prendere le giuste misure emotive. Il giorno prima della mia partenza i ragazzi organizzano una festa e mi fanno un dono: un grande cuore di cartone su cui hanno scritto frasi stupende, che terrò tutte per me. Allan mi fa un suo regalo: una lettera e un braccialetto. E stavolta le lacrime che ho trattenuto per tanto tempo non riesco proprio a fermarle.

 

di Cristiana Pumpo – giornalista, sketcher e watercolorist