Vai al contenuto

Viaggio in Dancalia

La depressione della Dancalia, o dopressione di Afar, è una terra inospitale, desolata, difficile, situata nella regione del Corno d’Africa. Si arriva fino a 150 metri sotto il livello del mare con il lago di Assal (punto più basso dell’intero continente africano), ma le montagne, i vulcani, e i sedimenti delle loro eruzioni lungo la costa dell’Eritrea creano un baluardo contro le acque del mar Rosso che altrimenti inonderebbero tutta la depressione. Questa enorme depressione, arida, sconfinata, dove il paesaggio è dominato da sabbie, distese di sale, di zolfo, di colate di lava, vulcani spenti e attivi  “è il deserto più caldo del mondo”.

La meta del viaggio è la salita in cima al vulcano: Erta Ale (il monte che fuma, in lingua Afar) a quota 550 metri s.l.m.m con base a quota -70 metri. Erta Ale è uno dei pochissimi vulcani nel mondo sempre attivi. La salita al vulcano Erta Ale comincia dopo aver attraversato quelle distese immense, a perdita d’occhio di zolfo giallo-rosso, di sale bianchissimo, di nera lava, ceneri e lapilli.  La forza e la violenza della natura, non  lasciano  spazio  a storie,  racconti,  leggende. E domina il silenzio assoluto. Ogni tanto qualche piccolissimo raggruppamento di capanne  sparpagliate fatte di arbusti e stracci, con poche capre e qualche asino. I volti delle donne sono tristissimi: qualche raro sorriso, voltando la testa, solo ai loro bambini che portano infagottati sulla schiena. Tutti i maschi hanno uno sguardo teso, serio, ed evitano di parlare con noi. Hanno un lungo e largo pugnale alla cintola. Due o tre volte abbiamo dovuto pagare un loro “capo” per poter proseguire con le jeep.

La piana di zolfo fa impressione, anche se bellissima, per l’intensità dei colori: soprattutto gialli e rossi, a perdita d’occhio. Per attraversarla a piedi è necessario avere  scarpe ben chiuse e camminare sempre restando sopravento, per non essere investiti dalle folate di zolfo, irrespirabili. Si cammina, saltellando sopra  ruscelletti d’acqua bollente che sgorgano ovunque; e sopra “piatti” o “dischi” di sale di due-tre metri di diametro,  durissimi  e bianchissimi che si rispecchiano nell’acqua color blu intenso. Da evitare il contatto con la pelle.  Su tutta la piana non ho visto alcun segno di vita vegetale o animale..

Dal villaggio di Ahmed Ale partono lunghe file di dromedari per portare “pani” di sale raccolti nella piana del sale, fino ad Addis Abeba. Sono giorni di cammino al ritmo del passo dei dromedari, per arrivare alla piana e poi da lì per arrivare ad Addis Abeba. Nei mesi più caldi (anche 60°C all’ombra) il villaggio viene abbandonato e la raccolta del sale viene interrotta. In quel villaggio dormiamo due notti, su dei “letti” fatti di canna di bamboo e paglia. All’aperto, sotto le stelle, addossati ad una lunga e stretta capanna sempre in bamboo, dove alla mattina facciamo colazione. Ho provato a disegnare due ragazzini e una ragazzina che si sono fermati sul bordo della mia branda: sono sbalorditi dei colori ad acquerello. Avrei voluto regalar loro il disegno, ma un uomo è arrivato a mandarli via.

All’alba del primo mattino andiamo a vedere la partenza delle interminabili file di dromedari che si avviano verso la piana del sale. Piana di 600 kmq con spessore dello strato del sale anche di  3000 metri. Centinaia di dromedari ammassati in un grande pianoro vengono avviati in fila indiana, gruppo dopo gruppo, lentamente ma senza perdite di tempo, verso levante. Silenzio assoluto a parte lo scalpiccio degli zoccoli dei dromedari sul terreno sassoso, e qualche loro bramito. Dopo i dromedari è la volta degli asini: anche questi ammassati nel grande pianoro e anche questi destinati a portare pani di sale fino ad Addis Abeba. Oggi c’è una strada asfaltata che attraversa la piana del sale: è stata realizzata nel 2011 da alcune imprese cinesi.

Il mattino successivo assistiamo alla festa in paese: la gente del Tigrai scende ad Ahmed Ale per un gesto di …”amicizia”. Tutti si radunano lasciando libero  uno spiazzo circolare, pianeggiante, pulito dai sassi per terra. Tutte le donne giovani hanno costumi coloratissimi, mentre le donne meno giovani sono vestite completamente di nero, però tutte a faccia scoperta.  Nello spiazzo interno cominciano a “danzare” ragazzi del Tigrai e di Ahmed Ale in competizione tra loro. La danza-gara consiste nel fare salti accompagnati da un indiavolato suono di tamburi mentre le donne schioccano la lingua, tutte a ritmo. In mezzo alla gente che mi spintona da tutte le parti e vengono a guardare quello che sto facendo, disegno sul mio taccuino questi …”ballerini”. Alcuni mi danno amichevoli pacche sulla spalla dicendo qualcosa che assomigliava a : “good, good”. Ad un certo punto entra nello spiazzo una giovane ragazza, molto bella, penso sui quindici anni, vestita con colori vivacissimi. Manda via tutti gli uomini che stanno danzando e inizia la sua danza, in solitudine. Bravissima, tra rullo dei tamburi, schiocchi di lingue e battiti di mani, tutti ben ritmati, danza per parecchi minuti senza fermarsi un attimo, sempre con salti molto alti e battendo le mani anche lei.

Nel pomeriggio partiamo con le nostre jeep portandoci alla base del vulcano “Erta Ale”, attraversando la piana di lava. Una distesa appena ondulata, a perdita d’occhio, tutta nera di lava e lapilli. Si procede lentissimi su quel sottofondo insidioso pieno di buche, spuntoni durissimi, rugosità. Alla sera, finalmente, ci accampiamo su un piccolo pianoro dal fondo regolare, ormai alle pendici dell’Erta Ale la cui sommità si vede anche col buio per i bagliori della lava incandescente che è dentro al cratere.

All’alba del giorno dopo partiamo. Uno zainetto in spalla e due dromedari caricati con tutto ciò che ci serve per passare due giorni sul vulcano, sacchi a pelo compresi. Sentieri non ne esistono e si cammina arrancando in salita su una pendenza molto accentuata cercando i passaggi più agevoli. Finalmente in cima scarichiamo tutti i nostri bagagli dentro alle capanne, i dromedari rimangono più in basso dove c’è un accenno di erba, e noi raggiungiamo il bordo della bocca del vulcano. Da lì riusciamo a vedere, all’interno, una seconda bocca più piccolina ma piena di lava che ribolle, e zone con fumo e fuoco che esplodono di continuo.

Testo e disegni di Giovanni Cocco

L’Associazione Matite in Viaggio promuove l’interesse per il viaggiare quale scelta motivata di rinnovamento  nella conoscenza dei luoghi visitati e dei suoi abitanti. Visitare paesi e luoghi, incontrare persone e comunità, conoscere civiltà antiche e contemporanee, sono le premesse irrinunciabili affinché taccuini di viaggio manifestino la volontà e il sogno di riconoscersi nella libertà e nella dignità di tutti gli uomini.

Gianni Cocco

Gianni Cocco