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La Mediterraneità nell’universo visionario di Giulio De Mitri

È dedicato alla figura prismatica di Giulio De Mitri (artista, pedagogo e antropologo) il saggio della storica e critica d’arte Anna de Fazio Siciliano, La Mediterraneità nell’universo visionario di Giulio De Mitri, edito da Rubbettino. Il volume, denso di citazioni, apparato bibliografico e fotografico nonché di sintesi finale documentale, riassume in poche pagine i cinquant’anni di attività dell’artista nato a Taranto e attivo in tutta Italia dai primi anni ‘70.

L’attività di Giulio De Mitri ha visto ripercorrere attraversamenti artistici e sperimentare tra i più disparati linguaggi espressivi e le tecniche (dal segno-scrittura e pittura, fotografia e performance alle installazioni ambientali) e non si è sottratta dal cimentarsi nelle più importanti questioni tematiche degli ultimi cinquant’anni: tutto ciò concorre a sostanziare la raffinata poetica di De Mitri. Pur restando “fedele” alla tradizione artistica europea, la sua ricerca si è alimentata di innovazione con l’uso, sempre intelligente, dei nuovi linguaggi e della tecnologia. Come riportato sagacemente dalla De Fazio Siciliano nel volume sono le parole di Salvatore Settis, nel suo recente libro “Incursioni”, a dare contesto al lavoro di De Mitri che ha il coraggio dell’“incursione”.

“La tradizione non è un fiume che trasporta uomini ed eventi, non è accettazione passiva, ma comporta lo sforzo di giocare il passato sul terreno del presente”. “De Mitri – come sostiene Mambrini per il Premio Campigna del 2016 cui l’artista ha aderito – non si è lasciato circuire dalle regole del mercato e dagli imperativi di moda, ha predisposto una nuova strategia, quella del rigore, della chiarezza e di una rinnovata esigenza spirituale”.

Transitorie Architetture, 2015, Polipropilene, nylon, metallo, proiezione di corpi illuminanti – Installazione ambientale site specific in movimento. Loggiato Giorgio Vasari, Arezzo – Icastica 2015 (III Edizione)

Quanto alle questioni contemporanee che la ricerca demitriana innesca “non c’è un aspetto che non lo abbia interessato”.  Pertanto, si contraddistingue come un procedere umanistico e scientifico insieme, nonché alchemico quindi; e persegue la linea tracciata soprattutto da Joseph Beuys “secondo cui ogni uomo e ogni donna è artista, ma non nel senso che ogni uomo o donna è pittore e/o scultore, ma nel senso che ogni persona può avvalersi della creatività nell’esercizio di una professione o di un mestiere o di qualunque altra attività”.

Il saggio sintetico ma esaustivo, ripartito in 4 capitoli (“La luce tra immanenza e trascendenza”, “La via meridiana”, “Il blu”, “Il dono tra creatività e inclusione”) e impreziosito dalla prefazione di Antonio Basile, offre quindi uno spaccato sulla lunga attività di De Mitri, mettendo anzitutto in luce l’attenzione dell’artista rivolta all’uso della luce come elemento che scolpisce lo spazio dell’intervento, l’oggetto o il manufatto artistico stesso, e la relazione “partecipata” – nell’accezione di Baudrillard – che innesca  tra ambiente, astante e artista.

Infinito, 2020, tecno light box, cm 44x153x14

La luce è una qualità che proviene da dentro all’opera, è fenomeno magico, interiore e nella fattispecie il blu con le sue valenze spirituali, ha un ruolo preponderante nella costruzione creativa. Il capitolo sul “dono” spiega l’esigenza e la dedizione di De Mitri nei confronti di una co-creazione di mondo. La sua militanza artistica, in particolare con i progetti del CRAC, si è infatti declinata in numerosissime iniziative volte ad aprire un dialogo tra l’arte e le marginalità, soprattutto, le disabilità, la reclusione e la devianza minorile. In buona sostanza, il volume raccoglie il portato internazionale e valoriale di De Mitri, e come già Ivano Dionigi scrisse su Repubblica, De Mitri si stacca dalla tendenza contemporanea per avvalorare il rapporto interno all’arte tra etica ed estetica, e in questi termini, il suo lavoro ha in un certo senso un’affinità con il concetto greco di “kalokagathia”. Questo carattere eversivo demitriano costituisce quasi un “reperto” della memoria dell’antico, una cifra che ha contraddistinto tutta la carriera artistica e la sua vita.