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Mezzo secolo di eternità: la bellezza immortale dei Bronzi di Riace nel cinquantenario della loro rinascita

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“I Bronzi di Riace sono tra quelle memorie di assoluta bellezza che appartengono al mondo prima che ai cultori dell’antico”  (Paolo Moreno)

In una calda giornata dell’agosto del 1972 il limpido mare magnogreco di Riace restituiva ai comuni mortali due uomini di bellezza presto divenuta leggendaria, emersi come Venere dalle acque al termine di un lungo oblio durato quasi due millenni. Non si trattò di un ritrovamento, ma di una rinascita. Gli Dei scelsero come levatrice un giovane chimico romano con la passione per la pesca e l’archeologia subacquea, Stefano Mariottini, il quale – forse avvisato delle magnifiche presenze da giovanissimi ragazzi del luogo, tra i quali Cosimo Alì – il 16 agosto di cinquant’anni fa si tuffò nelle acque trasparenti di Porto Forticchio e li avvistò, a circa 200 metri dalla riva, quasi interamente sepolti nella sabbia ad una profondità di circa 8 metri. Il parto fu gestito da un’intera equipe, composta principalmente di Carabinieri Sommozzatori della città di Reggio Calabria, l’antica Rheghion (Città del Re), alleata di Atene nella Guerra del Peloponneso. Per primo, il 19 agosto, emerse colui che fu poi denominato Statua B; tre giorni dopo, il 22 agosto, fu riportato in superficie colui che poi divenne noto come Statua A. Entrambi entusiasticamente accolti come figli, come fratelli, come padri da una folla con i loro stessi volti, il loro sguardo, il loro DNA – quello greco – in una Calabria immersa nelle acque del Mito. Una folla entusiasta che non si limitò a guardarli e toccarli ma li accarezzò, come membri della propria famiglia.

 

Sopra: Fotografie storiche relative al recupero dei Bronzi, provenienti dagli Archivi della RAI e del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria

Come tutte le creature appena venute al mondo, i greci emersi dal mare richiesero anni di amorevoli cure: un primo restauro condotto nel laboratorio della Soprintendenza di Reggio Calabria attraverso numerosi interventi di pulitura rese visibili il magnifico volto della Statua A, giunto nascosto da uno spesso strato di incrostazioni, ed alcuni dei suoi insoliti dettagli. Il volto del Bronzo A è infatti caratterizzato da labbra e ciglia in rame, denti in argento (unico esempio al mondo sinora a noi pervenuto di statuaria greca di cui sia visibile la dentatura) e occhi in un materiale in origine erroneamente identificato come avorio ma poi correttamente individuato come calcite nel corso del più recente intervento di restauro (Reggio Calabria 2009-2013), durante il quale divenne visibile per la prima volta l’esistenza di caruncole lacrimali in pietra rosa. Quel primo restauro fu seguito, a partire dal 1975, da ulteriori interventi nel laboratorio della Soprintendenza Archeologica della Toscana a Firenze, che restituirono le sculture  al loro antico splendore.

Bronzi di Riace, Statua A | Foto: © Luigi Spina | Per gentile concessione dell’autore

Bronzi di Riace, Statua A | Foto: © Luigi Spina | Per gentile concessione dell’autore

Nel dicembre del 1980, a conclusione della seconda fase di restauri, i Bronzi, entrambi caratterizzati da un’altezza notevole (1.98 m la Statua A, 1.97 m la B), vennero esposti per la prima volta al pubblico al Museo Archeologico Nazionale di Firenze nell’ambito di una mostra originariamente destinata a durare solo quattro settimane. Nonostante la scarsa pubblicità dedicata all’evento, l’iniziativa ebbe un successo senza precedenti, con un’affluenza costante  e massiccia di pubblico tale da far prorogare la mostra sino al 24 giugno del 1981 e addirittura mettere in discussione il rientro dei Bronzi a Reggio Calabria, ritenuta da molti una sede troppo periferica rispetto ai principali flussi turistici. Il ritorno dei Bronzi in Calabria lo si deve principalmente all’intervento diretto dell’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, il quale stabilì il Museo Nazionale di Reggio Calabria quale loro sede definitiva.  Nel loro viaggio di ritorno verso i luoghi presso i quali erano riemersi, i Bronzi fecero tappa a Roma al Palazzo del Quirinale, dove tra il 29 giugno e il 12 luglio 1981 vennero esposti riscuotendo anche in quella sede un enorme successo di pubblico.

Bronzi di Riace, Statua B | Foto: © Luigi Spina | Per gentile concessione dell’autore

Bronzi di Riace, Statua B | Foto: © Luigi Spina | Per gentile concessione dell’autore

Una volta rientrati a Reggio, i Bronzi vennero esposti in un’apposita sala inaugurata il 3 agosto 1981, restando allo stesso tempo sotto costante osservazione da un punto di vista conservativo. Nuovi restauri furono eseguiti in sede, tra il 1992 e il 1995, allo scopo di eliminare le terre di fusione  sature di salsedine contenute al loro interno e poi, nuovamente, tra il 2009 e il 2013 presso la sede del Consiglio Regionale della Calabria durante i lavori di ristrutturazione del Museo. A testimonianza dell’eccezionale intensità del rapporto sviluppatosi tra i Bronzi e i loro restauratori, commoventi sono le dichiarazioni  recentemente rese a “Reggio Today” da Nuccio Schepis, impegnato assieme a Paola Donati nell’eliminazione del “cancro del bronzo” che per anni ha minacciato l’integrità dei due capolavori a causa dei residui di terra di fusione:  «Ricordo che ero ossessionato da una domanda, dopo anni di restauro: quando avrebbero iniziato a respirare? Questo perché la bocca aperta del guerriero, il Bronzo A [..] era chiusa da 8 centimetri di terra di fusione da 2500 anni. Lavoravo ormai da giorni […] dopo molte ore, nel tardo pomeriggio accadde il “miracolo”: il guerriero respirò! Dalla sua bocca uscì una nuvola di polvere! Ci guardammo con Paola, restammo senza parole. Fu un’emozione grande che ancora adesso mi assale nel raccontarla».

Bronzi di Riace, Statua A | Foto: © Luigi Spina | Per gentile concessione dell’autore

È stata proprio l’analisi delle terre di fusione  dei due bronzi l’elemento fondamentale per la corretta individuazione del luogo di concepimento ed esecuzione dei due capolavori emersi a Riace: Argo, patria di alcuni tra i bronzisti più celebri dell’antichità, tra i quali Pitagora di Reggio, cui Daniele Castrizio ha attribuito la paternità di entrambe le opere (Statua B con interventi di un allievo), che egli ritiene coeve. Molti gli studiosi che nel corso degli anni hanno sostenuto che i due Bronzi siano stati creati e fusi da artisti diversi, in luoghi diversi ed epoche diverse (con uno scarto di 30-50 anni tra le statue A, ritenuta più antica, e B, ritenuta più recente). Tuttavia, così come l’analisi delle terre di fusione ha individuato la produzione di entrambe le statue ad Argo escludendo dunque possibili alternative geografiche, un’analisi comparata della loro fisionomia e dei loro corpi condotta dal professor Castrizio con la collaborazione di Saverio Autellitano ha evidenziato la pressoché totale “sovrapponibilità’” delle opere, le cui metà coincidono perfettamente, smentendo dunque in maniera piuttosto definitiva sia le attribuzioni delle due opere a due artisti diversi, sia la tesi secondo cui il Bronzo B sarebbe stato realizzato alcuni decenni dopo il Bronzo A.

Fotomontaggio con le due metà dei volti dei Bronzi di Riace – Elaborazione di Saverio Autellitano

Descritti dall’allora Sovrintendente Giuseppe Foti come “due originali della grande arte dei bronzisti greci del V secolo a.C.”, l’identità dei Bronzi è rimasta un mistero per decenni.  Essi sono stati identificati come guerrieri dagli studiosi Paolo Enrico  Arias, Ross Holloway e Paolo Moreno; come atleti da Antonino Di Vita e Sandro Stucchi; come sovrani da Vinzenz Brinkmann (Statua B il re trace Eumolpo; Statua A Eretteo, sesto mitologico re di Atene); come strateghi da Ludovico Rebaudo e Riccardo Di Cesare; come eroi eponimi  da Georgios Dontas, Enrico Paribeni e Claude Rolley; come personaggi della Guerra di Troia da Sismondo Ridgway e come i fratricidi tebani Eteocle e Polinice da Daniele Castrizio. Anche riguardo agli attributi le teorie sono state numerose: tra queste spicca l’improbabile ricostruzione dell’aspetto originario dei Bronzi proposta dall’archeologo tedesco Vinzenz Brinkmann secondo la quale la Statua B avrebbe indossato un berretto trace denominato alopekis (in sostanza una pelle di volpe completa di coda), sarebbe stata munita di scudo a mezzaluna e nella mano destra avrebbe impugnato un’ascia.  Recentemente presentate a Roma nonché al Metropolitan Museum di New York,  le ricostruzioni 3D basate sulla tesi di Brinkmann appaiono innanzitutto incompatibili con le più elementari leggi della fisica, inclusa quella di gravità: considerato che la Statua B è ritratta in posizione statica, non dinamica, e che i Bronzi di Riace sono sculture altamente realistiche, la lunga e voluminosa coda di volpe del presunto copricapo trace (che comunque non calzerebbe sul cranio del guerriero, deformato dallo scultore  allo scopo di reggere copricapo di tutt’altra forma e tipo) non potrebbe fisicamente restare sospesa in aria così com’è invece raffigurata nella ricostruzione; inoltre, la presunta ascia (peraltro rappresentata in una tipologia che appare di epoca successiva) difficilmente potrebbe trovarsi nella posizione proposta poiché, se impugnata nel modo suggerito nella ricostruzione, essa rischierebbe di conficcarsi nella tibia del guerriero quale conseguenza della sbilanciata distribuzione del peso. Numerosi gli altri elementi che rendono la ricostruzione proposta dal Brinkmann altamente improbabile: per un loro esame si rinvia alle considerazioni espresse da Antonio Corso nell’articolo pubblicato il 18 luglio 2022 su ilreggino.it/cultura/2022/07/18/bronzi-di-riace-corso-improbabile-ipotesi-del-copricapo-di-volpe-sulla-statua-a/

Ricostruzione 3D dell’aspetto originario dei Bronzi secondo Vinzenz Brinkmann – Immagine tratta da Strettoweb.com

Allo stato attuale, la ricostruzione più attendibile dell’aspetto originario dei Bronzi di Riace appare essere quella elaborata graficamente da Saverio Autellitano sulla base delle teorie formulate da Daniele Castrizio, il quale oltre ad aver attribuito le due statue a Pitagora di Reggio, bronzista attivo ad Argo approssimativamente tra il 480 e il 450 a.C, e averle datate come coeve anche sulla base di una comparazione fisica tra le due opere, le ha identificate nei fratricidi tebani Eteocle e Polinice, figli di Edipo, che si sfidarono a duello per il dominio della città di Tebe finendo con l’uccidersi a vicenda. In base a tale teoria, che non risulta ancora essere stata scientificamente smentita in nessuna delle sue componenti, i due Bronzi sarebbero parte di un gruppo statuario che in origine comprendeva anche la madre dei fratricidi, Giocasta, nell’ambito di una raffigurazione ricorrente in urne funerarie e sarcofagi etruschi e romani e ampiamente descritta da fonti letterarie dell’epoca.

Ricostruzione dello stato originario dei Bronzi di Riace – Elaborazone grafica di Saverio Autellitano

Ricostruzione dello stato originario dei Bronzi di Riace – Elaborazone grafica di Saverio Autellitano

Ricostruzione dell’elmo con cuffia (kyne) originariamente indossato dalla Statua B dei Bronzi di Riace – Elaborazone grafica di Saverio Autellitano

Immagini tratte da I Bronzi di Riace – Studi e Ricerche, a cura di Carmelo Malacrino e Daniele Castrizio

Di grande interesse nella ricostruzione teorizzata da Castrizio è anche il colore originario delle due statue: un bronzo dorato, successivamente scurito dall’applicazione al fine di dissimulare alcuni restauri eseguiti in epoca romana, di  una vernice a base di “fegato” di zolfo che determinò la formazione di una patina nero-lucida su larga parte dei due capolavori.  Grazie ad un approccio basato sulla modulazione della luce “per sottrazione”, il colore originario dei Bronzi emerge chiaramente in alcuni degli splendidi ritratti fotografici delle due statue recentemente eseguiti da Luigi Spina, Fotografo italiano dell’anno 2020 secondo Artribune. Una selezione di 16 delle sue immagini (8 della Statua A + 8 della Statua B), scattate nell’ambito di quello che il fotografo campano definisce un “corpo a corpo” fondato su un suo rapporto epidermico con i Bronzi, è entrata nella collezione permanente del Museo Archeologico di Reggio Calabria (MArRC), ed è attualmente in mostra fino al 23 ottobre 2022 lungo la scalinata disegnata da Marcello Piacentini. Il complesso delle splendide immagini realizzate da Luigi Spina è contenuto nel magnifico volume Bronzi di Riace, con testi del direttore del MArRC Carmelo Malacrino e Riccardo Di Cesare dell’Università di Foggia, e prefazione del Ministro della Cultura Dario Franceschini. Edito da 5 Continents e pubblicato in italiano, francese e inglese, il libro è da considerarsi – insieme con l’ormai  iconico  I Bronzi di Riace di Paolo Moreno con fotografie di grande bellezza realizzate da Araldo De Luca (Electa 1998) – un testo immancabile nella biblioteca di ogni appassionato di statuaria greca e più in generale di archeologia.

Un alone di mistero permane su come e perché due capolavori creati ed esposti nella greca Argo siano poi stati consegnati all’oblio nelle limpide acque calabresi di Riace. La tesi più accreditata è che i Bronzi siano stati razziati dai romani e poi, come testimoniato da fonti letterarie dell’epoca, esposti nell’Urbe già nella seconda metà del II secolo d.C. e almeno sino agli inizi del IV, quando l’imperatore Costantino, della cui collezione essi facevano parte, diede ordine che venissero trasferiti a Costantinopoli presso il Ginnasio di Zeuxippos. L’ipotesi prevalente è che i Bronzi siano stati imbarcati, insieme ad altre statue, su una nave diretta a Costantinopoli che tuttavia non giunse mai a destinazione essendo naufragata in prossimità della costa di Riace, dove nell’agosto di cinquant’nni fa i due capolavori  sono riemersi, rinati. Toccanti sono le parole con le quali Malacrino chiude il saggio contenuto nel volume sui Bronzi edito da 5 Continents e di cui è co-autore: «I Bronzi di Riace restano esposti al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, a conclusione di un percorso espositivo ricco e tematicamente articolato che presenta in un’unica narrazione tutta la storia della Calabria antica, cuore della Magna Grecia. Le due statue, capolavori del Mediterraneo, ma anche “icone” di un territorio, di una regione o forse di un’intera nazione, sono qui, ad aspettare visitatori e turisti da ogni parte del mondo».

I Bronzi di Riace al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria

Immagine di copertina: Bronzi di Riace, Statua A | Foto: © Luigi Spina | Per gentile concessione dell’autore

Autore: Mirta Aktaia Fava
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