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I cavalli nell’arte

Cavalli alati fittili dal tempio dell'Ara della Regina - Tarquinia (foto di Cesare Castagnari)

Gli animali hanno popolato le rappresentazioni figurative prodotte dall’uomo fin dalle ere più remote. Cervi, bisonti, mammut, cinghiali, felini, lupi, cavalli insieme a figure antropomorfe e impronte di mani, sono presenti già nelle pitture rupestri e hanno accompagnato la produzione artistica umana attraverso tutte le fasi evolutive fino ad oggi. Fra tutte le specie, il cavallo, per la sua prodigiosa forza e intelligenza, appariva come una divinità da adorare, un essere sacrale per le popolazioni delle steppe, come per i germani. Oggetto di riti sciamanici destinati a mettere in contatto l’uomo con l’aldilà attraverso cavalcate estatiche, i cavalli accompagnavano i defunti nel regno dei morti.

Il tributo a questo rapporto fortissimo, a questa fascinazione, è stato reso dall’uomo già in epoca primitiva, nelle caverne, dove è possibile rinvenire le prime spontanee e ispiratissime raffigurazioni di cavalli, come nella grotta di Lascaux, in Francia, risalente al paleolitico superiore, circa 17.500 anni fa.

Graffito della grotta di Lascaux - Montignac, Francia
Graffito della grotta di Lascaux – Montignac, Francia

L’utilità crescente del cavallo è più evidente a partire dell’epoca del bronzo e del ferro quando oltre agli aspetti simbolici e rituali viene utilizzato come mezzo di trasporto, in guerra, nella caccia, in agricoltura, nel controllo delle greggi e del territorio. Statuette in bronzo e avorio rimangono a testimonianza di queste fasi proto-storiche.

Il cavallo fu utilizzato dapprima dagli Ittiti e dai Mitanni ed in seguito da Assiri, Babilonesi ed Egizi che con svariati incroci lo trasformarono progressivamente in un animale dotato di qualità sempre superiori: forza, maestosità e nobiltà, intelligenza, docilità. In età storica il cavallo divenne quindi simbolo di potenza e prestigio. La considerazione sociale che ne derivò fu assoluta; lo testimoniano le numerose opere d’arte di Greci e Romani. Anche in un poema epico come l’Iliade il cavallo arriva ad assumere un ruolo chiave con il significativo episodio finale della presa di Troia. Dalle prime rappresentazioni stilizzate dello stile geometrico dei secoli X-VIII a.C., lo studio naturalistico del cavallo raggiunse presso i Greci vertici altissimi e le opere di Fidia al Partenone di Atene o la testa bronzea rinvenuta negli scavi della colonia greca di Himera in Sicilia lo testimoniano.

Reperto trovato nella grotta di Vogelherd - Baden-Wuerttemberg, Germania
Reperto trovato nella grotta di Vogelherd – Baden-Wuerttemberg, Germania

Nelle terre etrusche i cavalli trovarono ampio spazio nelle rappresentazioni pittoriche delle sepolture, così come nelle splendide riproduzioni fittili dettagliatissime e in molte lavorazioni in bronzo. Il cavallo per questo popolo trascendeva evidentemente la sua funzione di animale destinato al tiro e soprattutto all’attività bellica per divenire segno distintivo di nobiltà e simbolo trascendente nel rapporto con l’ultraterreno.

Il legame tra il cavallo e il suo cavaliere divenne inscindibile; il comandante, il condottiero, l’imperatore costituivano col loro cavallo una coppia simbiotica nella quale le reciproche qualità si fondevano e nella quale l’animale assurgeva al ruolo di spirito protettore e artefice delle vittorie. Per questo motivo è possibile trovarne raffigurazioni su vasi, bassorilievi, bronzi, marmi, pitture murali, mosaici. Presso i Romani un’importante classe sociale ne prese addirittura il nome, gli equites appunto, e per gli imperatori ritrarsi in monumenti bronzei a cavallo di prestanti e maestosi destrieri era una necessità propagandistica assoluta. E varie e numerose sono le coppie iscritte nel mito e nella storia in tutte le epoche: Pegaso e Zeus, Bucefalo e Alessandro Magno, Asturcone e Giulio Cesare, Incitatus e Caligola, Rocinante e Don Chisciotte, Marengo e Napoleone fino a Marsala e Giuseppe Garibaldi.

Particolare della Colonna Traiana Roma (foto di Cesare Castagnari)
Particolare della Colonna Traiana Roma (foto di Cesare Castagnari)

Animale legato ai culti funebri e addirittura sacrificato alla morte del suo cavaliere presso i popoli delle steppe fino ai Longobardi, il cavallo era transitato attraverso il culto del sole che traina il carro del cielo guidato dai pagani Apollo e Mitra e dal biblico profeta Elia. Proprio il Cristianesimo, nel corso del secolo VIII, vietava l’usanza di cibarsi di carne di cavallo in occasione dei riti funebri praticati dalle popolazioni barbariche. Inoltre, per mezzo dei bestiari moralizzati e dei versi vetero-testamentari, il clero si preoccupò di contenerne anche l’idealizzazione. Si configurarono quindi due categorie: i cavalli bianchi di Dio e i cavalli neri del demonio.

È significativo notare come nella tradizione cristiana il cavallo sia spesso associato al concetto di superbia e non utilizzarlo significhi appunto umiltà; così Cristo nella domenica delle Palme fa il suo ingresso a Gerusalemme a dorso di un’asina. Fanno eccezione le rappresentazioni di San Giorgio che sconfigge il drago, le varie cavalcate della morte o San Martino, martire militare romano sempre rappresentato a cavallo come nella statua dell’omonima chiesa romanica di Lucca.

San Giorgio - Basilica di San Zeno, Verona (foto di Cesare Castagnari)
San Giorgio – Basilica di San Zeno, Verona (foto di Cesare Castagnari)

Per la civiltà bizantina, l’Impero d’Oriente erede di Roma, il cavallo ebbe inizialmente lo stesso ruolo che aveva avuto nella parte occidentale. Numerose opere in bronzo a tutto tondo popolavano Costantinopoli, come la statua di Giustiniano a cavallo andata persa con la conquista ottomana o il magnifico gruppo dei quattro destrieri in bronzo, provenienti dall’ippodromo, oggi conosciuto come i “cavalli di San Marco” custoditi nella basilica di Venezia e qui giunti a seguito delle conquiste della Serenissima. Nel corso dei secoli tuttavia le rappresentazioni monumentali e a tutto tondo dei cavalli vennero abbandonate perché associate all’arte pagana.

Dall’alto Medioevo l’importanza del cavallo crebbe ulteriormente con l’evoluzione della sellatura, della ferratura e delle tecniche belliche. La Cavalleria divenne determinante e si formarono gli ordini cavallereschi con le loro gesta epiche e la relativa letteratura. Particolare rilievo rivestono per questa epoca le statue equestri del cavaliere di Bamberga, delle Arche Scaligere o del monumento a Barnabò Visconti.

Monumento a Barnabò Visconti - Museo del Castello Sforzesco, Milano (foto di Cesare Castagnari)
Monumento a Barnabò Visconti – Museo del Castello Sforzesco, Milano (foto di Cesare Castagnari)

Una nuova epoca si affaccia e porterà grandissime trasformazioni nella società: il Rinascimento.  Anche la figura del cavallo ne è pian piano coinvolta. Nuovamente esaltato come elemento di prestigio non più al servizio di cavalieri dai nobili doveri bensì di capitani di ventura. In Santa Maria del Fiore a Firenze sono presenti due novità per l’epoca: il monumento a Giovanni Acuto, opera di Paolo Uccello, affresco ispiratore e pietra miliare per tutti i bronzi e dipinti realizzati successivamente su questo tema, e quello dedicato a Niccolò da Tolentino realizzato da Andrea del Castagno. I famosi gruppi bronzei che da questi dipinti trarranno ispirazione sono il Niccolò III d’Este a Ferrara, il Gattamelata a Padova, il Colleoni a Venezia e le più tarde realizzazioni per Cosimo I e Ferdinando I a Firenze. Tutte realizzazioni di grandi artisti, dai fiorentini Baroncelli e di Cristoforo a Donatello, dal Verrocchio al Giambologna. Paolo Uccello fu poi autore di tre celebri dipinti di battaglie medioevali oggi suddivisi tra gli Uffizi, la National Gallery di Londra e il Louvre, dove cavalli e cavalieri sono protagonisti assoluti, metafisici giocattoli luminosi di un diorama di una scena di guerra.

Leonardo da Vinci, studio di cavallo
Leonardo da Vinci, studio di cavallo

Anche Leonardo si interessò a questo sfidante tema e per Ludovico il Moro, in memoria del padre Francesco Sforza, ideò intorno al 1482 una colossale statua, grande quattro volte il naturale, che però non fu mai realizzata e di cui ci sono pervenuti solo alcuni schizzi preparatori. Ma la storia nel 1999 riservò una sorpresa quando grazie a fondi di mecenati statunitensi l’artista Nina Akamu finalmente realizzò dopo cinque secoli il sogno leonardesco in tre repliche che si trovano a Milano, Meijer Gardens e a Vinci.

Michelangelo poi, pur non cimentandosi mai nella scultura di questo animale, ne riconobbe il valore simbolico ideando il trasferimento del Marco Aurelio al centro della piazza del Campidoglio, la sua creazione architettonica più concettualmente rinascimentale dove al centro si colloca l’uomo, ma in questo caso anche il suo destriero. Tra il XIV e il XV secolo il cavallo in quanto status symbol fu anche oggetto di selezione in allevamenti prestigiosi, come quello dei Gonzaga a Mantova. Nello splendido palazzo Te di Giulio Romano, l’artista rappresenta i migliori esemplari delle scuderie del duca nella Sala dei cavalli voluta da Francesco II. Qui rappresentazioni reali di questi esemplari esclusivi campeggiano sulle pareti dove è ancora possibile leggere i nomi a loro attribuiti.

Giulio Romano. Sala dei cavalli - Palazzo Te, Mantova (foto di Cesare Castagnari)
Giulio Romano. Sala dei cavalli – Palazzo Te, Mantova (foto di Cesare Castagnari)

Caravaggio si cimenta con la figura del cavallo solo in una tela, La conversione di San Paolo nella cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo a Roma dove l’animale è presentato dal posteriore, illuminato da un fascio di luce in maniera da evidenziarne l’anatomia, non incarna certo il destriero dell’imperatore.

La raffinatezza e l’elaborazione del tema si svilupparono invece in epoca barocca soprattutto con Bernini. Suo è il famoso bozzetto, custodito alla Galleria Borghese di Roma, per la statua dedicata a Luigi XIV che però non fu approvato, come suoi sono il Costantino a cavallo collocato alla base della Scala Regia del Palazzo Apostolico in Vaticano e il cavallo presente alla base dell’angolo dedicato al Danubio della fontana dei quattro fiumi di Piazza Navona a Roma. In tutte queste opere il cavallo sfoggia  la sua eleganza e impetuosità superando la compostezza propria delle opere classiche e rinascimentali. Dal XVII secolo possiamo poi affermare che, dopo la parentesi rinascimentale, il cavallo ritorna ad essere l’animale associato ai regnanti e quindi vengono realizzate la statua di Filippo IV di Spagna ad opera del Tacca, le statue equestri di Francesco Mochi dedicate a Ranuccio e Alessandro Farnese a Piacenza e il grandioso bronzo a Federico Guglielmo opera di Schlüter a Berlino. Tra i grandi pittori del tempo Rubens si distinse per i suoi magnifici cavalli, eleganti, magnetici e al centro della scena come nel ritratto di Giovanni Carlo Doria. Sempre grazie a Rubens possiamo poi avere una suggestione su quella che doveva essere l’intenzione di Leonardo per il famigerato affresco della Battaglia di Anghiari in Palazzo Vecchio a Firenze e andato perso per le avverse vicende realizzative.

Pieter Paul Rubens, Battaglia di Anghiari (1505)
Pieter Paul Rubens, Battaglia di Anghiari (1505)

In epoca romantica è interessante la tela di Füssli che in pieno revival gotico riprende un tema caro alle tradizioni nordiche. Il cavallo si presenta sulla scena con un aspetto inquietante legato agli aspetti onirici e mistici della notte.

Protagonisti di un ritorno ad un classicismo più composto e meno esuberante furono nei due secoli seguenti Antonio Canova e Bertel Thorvaldsen. Ancora il cavallo è protagonista insieme al suo cavaliere di imponenti opere ad esaltazione di principi e regnanti di tutta Europa. A Napoli, in Piazza Plebiscito, le due statue equestri dei Borboni Carlo II e Ferdinando I realizzate dal Canova, Thorvaldsen a Varsavia con il principe Poniatowski e a Monaco di Baviera con Massimiliano si ispira chiaramente al Marco Aurelio Capitolino. Tuttavia la personalità di maggior spicco tra il XVIII e il XIX secolo, il generale e poi imperatore Napoleone, non fu mai raffigurato in una statua equestre. Iconico però è il dipinto di Jacques-Louis David che ritrae Bonaparte a cavallo del suo bianco destriero rampante al passo del San Bernardo. Anche oltre oceano il neo classicismo trovò ampia accoglienza e quindi pure in America le statue equestri, in questo caso di generali e presidenti, si moltiplicarono: da Andrew Jackson a George Washington fino a Roosevelt. La terra delle grandi praterie e dei famosi mustang celebrò poi il cavallo dei nativi americani e negli anni ’70 e ’80 del Novecento in numerose opere dedicate ai cowboy disseminate nel sud-ovest degli Stati Uniti.

Katsushika Hokusai - Il villaggio di Sekiya sul Sumida (1832)
Katsushika Hokusai – Il villaggio di Sekiya sul Sumida (1832)

Nei paesi dell’estremo oriente il cavallo è stato protagonista di molte rappresentazioni e tra tutti si distinguono per raffinatezza le opere di Hokusai realizzate nel XIX secolo, dove questi animali sono figure leggiadre immerse nella natura in splendidi paesaggi e cavalcate da samurai o accudite da contadini.

Dopo millenni di utile e continua coesistenza il cavallo perse di importanza con l’avvento dell’industrializzazione e soprattutto dopo la fine della prima guerra mondiale. Al cavallo in carne ed ossa si sostituirono i cavalli vapore e la meccanica. Dell’animale compagno dell’uomo in tante avventure militari, nelle esplorazioni e nel lavoro dei campi sopravvisse solo l’aspetto sportivo legato alle corse, alla caccia alla volpe o al bel mondo e alla moda.

Tra gli impressionisti francesi Degas dedicò i suoi dipinti per lo più al mondo delle corse dei cavalli, rappresentandone con acume il rapporto tra fantino e cavallo da corsa, la tensione prima della gara, l’aspetto agonistico e il fascino della sfida.

Franz Marc, I grandi cavalli azzurri (1911) - Walker Art Center, Minneapolis
Franz Marc, I grandi cavalli azzurri (1911) – Walker Art Center, Minneapolis

Molto diverse invece le suggestioni del macchiaiolo Fattori che rappresenta un mondo ancora agreste dove il cavallo è compagno e aiuto dell’uomo nelle fatiche quotidiane, così come in campo militare è l’alter ego dei soldati durante i pattugliamenti o ne condivide il destino in battaglia.

Così dopo millenni assistiamo al suo declino anche nel mondo dell’arte. Dopo le avanguardie, con Picasso, dopo le numerose opere profondamente espressioniste di Franz Marc, dopo Kandiski, dopo Boccioni, l’arte contemporanea oscillerà alternativamente tra l’ispirazione classica e mitologica e il meccanicismo che trasfigurerà del tutto la figura del cavallo arrivando a negarla definitivamente, dopo averla inscenata addirittura dal vero con una performance di Kounellis negli anni ’70, o rappresentandola provocatoriamente in forma di cadaveri con le installazioni di Maurizio Cattelan esposte tra il 2007 e il 2013 tra Rivoli e Basilea.

Forse questo è il segno che un’intera era è finita ed è la dimostrazione del distacco della cultura contemporanea, ormai monopolizzata dalla tecnologia, dal mondo naturale.

Maurizio Cattelan, Kaputt (2013) - Fondazione Beyeler, Riehen (Svizzera)
Maurizio Cattelan, Kaputt (2013) – Fondazione Beyeler, Riehen (Svizzera)

di Doina Ene – storica dell’arte