I cento anni del Vittoriale

Levrieri (Fotografia di Luana Jennifer Scalvensi)
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Lungo la costa occidentale del Lago di Garda, sulla sponda bresciana, il pendio che domina Gardone Riviera ospita quello che da un secolo è noto come il Vittoriale degli Italiani. Un luogo dal fascino indiscusso che, ogni anno, accoglie oltre duecentomila visitatori desiderosi di varcare la soglia di quel tempio di storia, cultura, arte e poesia che fu l’ultima residenza di Gabriele D’Annunzio.

Piazzetta e tempietto della Vittoria - Edificio della Prioria (Fotografia di Luana Jennifer Scalvensi)

Piazzetta e tempietto della Vittoria – Edificio della Prioria (Fotografia di Luana Jennifer Scalvensi)

Per cogliere lo straordinario potere di attrazione della villa settecentesca immersa nel verde, occorre tornare indietro con la mente di cento anni esatti. Nel febbraio 1921, reduce dall’impresa di Fiume da lui capitanata, il Vate dagli slanci patriottici si ritirò in questa splendida dimora di pace accarezzando il sogno di una nuova esistenza solitaria. La residenza signorile che si estende su una superficie di undici ettari, sequestrata dal governo italiano allo studioso tedesco Henry Thode come risarcimento dei danni di guerra, diventerà l’estrema gloriosa opera d’arte del poeta pescarese.

Officina, luogo di lavoro del Vate, con i suoi preziosi strumenti (Fotografia di Marco Beck Peccoz)

Officina, luogo di lavoro del Vate, con i suoi preziosi strumenti (Fotografia di Marco Beck Peccoz)

“È piena di bei libri… Il giardino è dolce, con le sue pergole e le sue terrazze in declivio. E la luce calda mi fa sospirare verso quella di Roma. Rimarrò qui qualche mese, per licenziare finalmente il Notturno“. Così riferiva D’Annunzio alla moglie pochi giorni dopo il suo arrivo a Gardone. Ma a questo faraonico progetto si dedicherà per anni con passione, estro e dedizione, affiancato nel suo grandioso intento – interrotto ciclicamente da periodi di difficoltà finanziarie – dall’amico architetto Gian Carlo Maroni. Chiara la divisione dei ruoli: “Chiedo a te la ossatura architettonica”, scrisse a Maroni l’uomo simbolo del Decadentismo, “ma mi riservo l’addobbo – da tappezziere incomparabile. Desidero di inventare i luoghi dove vivo”. Nell’atto di donazione del Vittoriale allo Stato italiano, firmato il 7 settembre 1930, il cantore dell’Italia umbertina confesserà: “Il mio amore d’Italia, il mio culto delle memorie, la mia aspirazione all’eroismo, il mio presentimento della patria futura si è manifestato qui”.

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di Silvia M. C. Senette  – giornalista