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Il METS, culla dell’etnografia alpina

È un prestigioso museo di cultura e tradizione popolare, considerato tra i più significativi e interessanti d’Europa. Parliamo del METS, Museo Etnografico Trentino San Michele che ha sede a San Michele dell’Adige (TN) in una prefettura di monaci agostiniani, a venti chilometri da Trento in direzione nord, lungo l’asse del Brennero che già gli antichi cavalieri dell’Imperatore percorrevano per scortare il massimo sovrano all’incoronazione a Roma. La struttura che i monaci agostiniani abitarono per oltre sei secoli a partire dal 1145, anno della fondazione, fino al 1807, anno della secolarizzazione, è ora meta di studiosi e ricercatori e di quanti vogliano conoscere o approfondire la cultura etnografica alpina.

Sin dal 1874 il complesso ha ospitato la sede dell’Istituto Agrario fondato da Edmund Mach. Nel 1967 l’istituto agrario viene trasferito in una nuova vicina sede e al suo posto, a partire dal 1968, prende forma il Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina (ora METS). L’intuizione è di Giuseppe Šebesta, eclettico studioso trentino di origini ceche che dopo aver insegnato chimica si entusiasma e avvicina alla cinematografia come forma di rappresentazione, divenendo poi un considerevole documentarista etnografico.

Il Museo è riconosciuto come lo scrigno della cultura popolare del Trentino, la casa dei trentini, ed è organizzato secondo una logica espositiva che prende ispirazione dall’antica impostazione dell’economia montana. Il territorio alpino infatti era suddiviso in fasce colturali a seconda dell’altitudine e delle necessità: sul fondovalle c’era il paese con le attività produttive, gli orti e i campi coltivati a seminativo; a mezzacosta il terreno era suddiviso tra il coltivato e il prato (fienagione); più in alto c’era il bosco, fonte preziosa e tutelata della legna da ardere nonché legname da opera e per manufatti e utensili; alla quasi sommità, poco sotto le rocce e le nevi perenni, c’erano i pascoli d’alta quota, dove nel periodo estivo si portavano gli animali nelle malghe (nel lessico di quest’area, la malga è una pratica di allevamento dalla tradizione millenaria: il bestiame viene “estivato” sui pascoli di alta montagna dove i campi sono rigogliosi, sicché il fondovalle, nel frattempo, possa rigenerarsi).

Il percorso di visita del Museo è su più livelli: 43 sono le sale espositive, suddivise in 25 sezioni. Al piano terra gli spazi sono così dedicati: l’agricoltura, il mulino, la fucina, la chioderia, la stalla, la fonderia del rame e il ferro battuto. Al primo piano l’esposizione prosegue con le fibre e i tessili, la malga, l’apicoltura, il bosco e la lavorazione del legno, il calzolaio,  gli usi nuziali. Continuando al secondo piano si possono ammirare le stufe a olle (evoluzione degli antichi forni utilizzati sin dall’età del bronzo nelle regioni dell’arco alpino) e le ceramiche, mentre al terzo ci si immerge nei riti dell’anno, la banda, la devozione popolare e la caccia. Nelle sale sotto il pian terreno si entra invece nel regno della viticoltura e dell’enologia, tradizioni contadine di antica memoria. Nella corte dell’ex convento è ospitato un travaglio per la ferratura dei bovini e, in giardino, una grande ruota idraulica per l’irrigazione. Alcune sale sono dedicate alle “invenzioni” di Giuseppe Šebesta, il fondatore di questa istituzione culturale, che di quest’ultima ebbe a dire: “Ho creato la cassaforte dei trentini, la carta d’identità dei loro valori”.

Maschera del bufòn della Val di Fassa

Alle ricche collezioni, il Museo affianca una considerevole attività didattica, editoriale e di ricerca. È punto di riferimento per l’etnografia alpina. Propone significative esposizioni temporanee ed eventi che partendo dalla cultura rurale tradizionale si connettono con la realtà contemporanea. È proprio questo impegno per la valorizzazione dell’etnografia come opportunità di conoscenza e di ricerca d’identità a caratterizzare il METS come presidio insostituibile ed efficace. D’altro canto un museo etnografico è, per sua essenza, un luogo della memoria che ha il compito di conservare le testimonianze antropologiche del territorio che rappresenta. Un luogo di partecipazione sociale che si propone quale sito ideale per favorire il contatto con i portatori della tradizione e ponte fra le generazioni; un fondamentale elemento di connessione tra il passato, che non deve essere dimenticato, e il futuro, a cui bisogna guardare con fiducia ma anche con la consapevolezza responsabile della sostenibilità di ogni nostra azione, per camminare sui sentieri dell’armonia nel rapporto uomo-natura. Il METS è tutto questo.

di Fabio Lagonia