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Il Perugino

Tempo di lettura: 8 Minuti

Siamo abituati a leggere l’inconfondibile stile del Perugino attraverso le prime opere di Raffaello, stile che quest’ultimo apprese proprio all’interno della sua bottega. Se l’enfant prodige ha nel tempo obnubilato la fama del suo maestro è per colpa del genio precoce dell’urbinate, tranquillo e prepotente allo stesso tempo, e non per un demerito di uno dei più grandi artisti di quel momento dell’arte che il Vasari definisce, caratterizzandolo definitivamente, “maniera moderna”.

Pietro Vannucci detto il Perugino (Città della Pieve, 1450 ca. – Perugia, 1523), Autoritratto, 1496-1500 – Collegio del Cambio, Perugia

Alle soglie del Rinascimento maturo Pietro di Cristoforo Vannucci “è il meglio maestro d’Italia” secondo Agostino Chigi, che nel novembre del 1500 lodava con queste parole il Perugino, in una lettera indirizzata al padre Mariano. Come dargli torto? La sua arte, che lo rende il più grande protagonista delle tendenze artistiche italiane del periodo, è placida, scevra da drammaticità, quasi riverente ai canoni del classicismo, verso il quale i suoi personaggi si pongono a mani giunte nell’armoniosa compostezza delle forme, cui contribuiscono paesaggi idilliaci, fatti di una natura quasi contemplata. I caratteristici monti speculari e convergenti al centro dei suoi dipinti si abbandonano sullo sfondo a contorni incerti, alla maniera leonardesca, a confondersi gradualmente nei colori di un cielo sempre sereno, immobile e imperturbabile. Ad un occhio superficiale la pittura del Perugino sconta il prezzo dell’ovvietà della tensione alla perfezione, propria di quella ricercata e scrupolosa attenzione allo stile, della vocazione al puro formalismo. Eppure non si può cogliere il carattere dell’opera del Perugino semplicemente sfogliando un volume a lui dedicato. I suoi dipinti abitano un contesto, vivono dietro i portali di una chiesa, nell’oratorio di un inaspettato borgo umbro, nella maestosità di un soffitto. Vivono per essere visitati, non solo visti.  L’innamoramento accade solo nelle sue terre: da Panicale a Città della Pieve, fino a Perugia, Spello, Trevi e Fontignano, che vede l’artista consumare qui i suoi ultimi mesi di vita. Checché ne dica l’appellativo tanto amato dal pittore, il Perugino era però originario di Chastro plebis, districtus Perusii (Città della Pieve, del distretto di Perugia), come si legge nel contratto per una pala d’altare destinata alla città di Fano risalente al 1488. È per questo motivo che al Vasari piacque accentuare quel provincialismo che colorava la biografia del Vannucci di un aspetto da homo novus dell’arte, ma che in realtà rendeva la sua crescita artistica ancor più sorprendente. Una provincialità che però poco si riscontra nelle opere dell’artista, le quali anzi mostrano la scolastica attenzione ai dettami del classicismo, complice la formazione fiorentina del Perugino. Persino quando le sue commissioni non vantano più i nomi delle grandi famiglie dei Medici, o della corte papale, non viene meno il suo credo artistico. È lo spettacolo del classicismo ricercato del Martirio di San Sebastiano a Panicale, datato circa al 1505.

Perugino, Martirio di San Sebastiano, 1505 – Chiesa di San Sebastiano, Panicale (PG)

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di Ilaria Starnino – filologa