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Sulle mutanti luci. Il paesaggio di Verena D’Alessandro

28 Piazza di Pietra – Fine Art Gallery a Roma presenta e ospita, fino al 26 giugno,  la nuova mostra personale di Verena D’Alessandro dal titolo Sulle mutanti luci, accompagnata da un testo critico di Alberto DambruosoVerena D’Alessandro è un’artista che da più di quindici anni indirizza la sua ricerca pittorica sul paesaggio. In questa mostra espone 17 dipinti ad olio per lo più di medio e grande formato – 16 dei quali inediti – che documentano la sua ultima ricerca nella quale è protagonista il gioco fuggevole della luce e i suoi mutevoli effetti. Vetrate illuminate e cabine telefoniche con all’interno un’enigmatica silhouette di persona, pick-up in sosta sotto lampioni che illuminano circoscritte  aree di un parco immerso nel buio, fari abbaglianti di un’automobile fuori campo che fendono l’oscurità di una strada senza fine, parchi-gioco e giostre sfavillanti in una città improbabile dall’aspetto pop immersa in una suggestiva twin-light, e poi strade all’americana avvolte in uno scenario surreale che avanzano verso l’orizzonte e oltre, cieli boreali che suscitano meraviglia e stupore nella loro silenziosa immensità.

La strana sosta nel parco,olio su tela, cm 60×100 2021

Sono rappresentazioni di un mondo stratificato nel quale si sovrappongono impressioni, ricordi, fantasie che danno vita a immagini in bilico tra realtà e immaginazione dove le atmosfere dei luoghi, spesso velate di arcano, diventano più importanti di qualsiasi riferimento topografico e geografico. Immagini che inducono spesso uno stato di sospensione e di attesa e che lasciano allo spettatore spazio all’emergere dei propri ricordi e all’attivazione della sua personale fantasia. Pur non mancando rimandi alla pittura nord-europea ed americana, l’indagine sulla rappresentazione del paesaggio svolta da Verena D’Alessandro è decisamente personale per il taglio peculiare dell’inquadratura, per il tratto sintetico ed essenziale della rappresentazione, per la scelta dei colori, spesso insolitamente accesi, per le ambientazioni che si rifanno al nostro habitat quotidiano permeato dalla fiction cinematografica e letteraria.

Una sera in apparenza tranquilla, olio su tela, cm 70×100 20021

Paesaggi ideali e personali

di Alberto Dambruoso

Ho sempre avuto un debole per la pittura fin da quando ero piccolo. Nell’album fotografico di famiglia (quando ancora si facevano), mi si vede in alcune foto con i pennelli in mano nello studio di un pittore amico di mio padre. L’odore dell’olio, la trementina, le tele sparse nello studio fanno parte della mia iconosfera infantile. La mia predilezione per la pittura non è mai stata quindi un mistero. Lo dico perché sono uno dei pochi critici, almeno così mi dicono, che difende la pittura. Perché forse non tutti lo sanno, ma negli ultimi anni quest’ultima, ha goduto di alterne fortune. C’è stato un momento, non tanto lontano, in cui sia chi la faceva sia chi la raccontava, non venivano visti di buon occhio. Come se la pittura fosse un medium anacronistico, obsoleto, da riporre in soffitta. La verità è che la pittura è il mezzo di rappresentazione artistica più antico del mondo e non smetterà mai di svolgere la sua funzione principale che è quella di far sognare, meravigliare ma anche far pensare gli osservatori che si trovano davanti ad un dipinto. Come noto fu proprio uno degli artisti italiani più concettuali – Gino De Dominicis – ad affermare che la pittura avrebbe resistito al tempo collocandosi fuori di esso, nell’eternità. La pittura ha infatti la capacità di rinnovarsi continuamente e ciò la rende sempre vitale e quindi attuale. Gli stessi generi della pittura, dal ritratto al paesaggio, continuano nel tempo a trasformarsi.

Stupita contemplazione ,olio su tela,cm 60×100 2021

Lo sa benissimo anche Verena D’Alessandro che, prima ancora di fare della pittura la sua attività principale, è stata docente di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicazione Visiva alla Sapienza e dei temi inerenti la psicologia dell’arte e la percezione visiva ne ha piena conoscenza. La pittura, come noto, ha qualcosa di magico rispetto ad altre forme di rappresentazione artistica. Attraverso il gesto dell’artista creatore, riesce a raccontare delle storie che nella realtà non esistono ma che diventano verosimili grazie alla sua mano e alla sua immaginazione.

La mostra di cui questo scritto intende rendere testimonianza, vede protagonisti  la pittura e uno dei suoi generi prediletti, il paesaggio.  I paesaggi dipinti da Verena D’Alessandro sono di pura invenzione eppure sembrano familiari. Che sia un paesaggio urbano, montagnoso o marino, di fronte ai suoi dipinti si avverte infatti la risonanza di atmosfere in qualche modo conosciute. Questo accade a mio avviso per due motivi: il primo è dovuto al fatto che i suoi sono la summa di tutti i paesaggi reali che ha visto nella sua vita uniti a tutti quelli da lei conosciuti nella storia dell’arte. I paesaggi di Turner, Constable, Friedrich, Sironi, Bartolini sono i riferimenti più puntuali in questa direzione. La congiunzione di entrambe le esperienze ha sviluppato di conseguenza un tipo di paesaggio che è allo stesso tempo personale ed ideale; il secondo motivo è invece da individuarsi nel fatto che tutti i paesaggi hanno qualcosa che li accomuna in ogni parte del mondo. Un tramonto, un tornado, un acquazzone estivo, le prime luci dell’alba sono esperienze che si compiono quotidianamente in tutti i lati del globo. È evidente quindi come questi dipinti riescano ad evocare delle emozioni condivise. Poco importa allora che siano solo frutto della sua fantasia perché ciò che conta è la capacità che essi hanno di suscitare dei sentimenti, di portarci a rivivere dei momenti che fanno parte del nostro bagaglio esperienziale.

La mareggiata, olio su tela , cm 60×100 2019

Vi è un altro aspetto che emerge dai suoi paesaggi. Si tratta di una mancanza che si nota. Come già nei precedenti anche in questo ciclo, a eccezione di uno o due dipinti, la figura umana è assente. Nei paesaggi realizzati negli anni passati D’Alessandro non sembrava in effetti interessata a raccontare storie che riguardano l’interazione tra l’uomo e l’ambiente quanto piuttosto era intenzionata a portare in primo piano la grandezza della natura oppure al contrario la sua fragilità, questa sì causata dall’uomo. In quest’ultime opere invece sono frequenti le tracce di una presenza umana, per così dire, dietro le quinte: finestre e vetrate illuminate, fari accesi di automobili, cabine telefoniche in cui si scorge la silhouette di una persona, parchi-gioco e giostre sfavillanti, pickup in sosta sotto lampioni che illuminano un parco quasi notturno, e poi aerei in volo, casolari lontani, strade che portano all’orizzonte e oltre.

In quest’ultima serie di dipinti presentati in mostra l’artista ha apportato anche uno studio sugli effetti luministici all’interno del paesaggio, siano essi derivati dalla luce naturale sia da quella artificiale. “Sulle mutanti luci”, titolo della mostra, indica appunto questa nuova ricerca. Bagliori, squarci nel cielo, lampioni illuminati, le prime luci dell’alba, intendono porre in primo piano la funzione della luce in grado da una parte di illuminare a giorno una buia notte o al contrario rendere chiaroscuro il pieno giorno. Il risultato finale è quello di una mostra di grande qualità formale sia per il tipo di pittura, la quale anche se eseguita tutta di getto senza l’ausilio di alcun disegno preparatorio, risulta essere di grande definizione e con una giustezza oltreché gradevolezza degli impasti cromatici, sia per la varietà dei differenti paesaggi proposti, ognuno diverso dall’altro, e non credo di sbagliare affermando anche, uno più bello dell’altro.

 

 

 

 

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