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Pettegola è la piazza

La piazza, così come la conosciamo almeno in Europa a partire dal Medioevo, è quello spazio vuoto intorno a cui si è andata configurando la città, che nel tempo è diventata una sequenza di luoghi diversi, ossia una successione organizzata di spazi con precise funzioni ma con un unico scopo:  permettere le relazioni umane. E così troviamo, almeno nelle città più grandi, la piazza del Municipio, quella della chiesa, del mercato, la piazzetta di quartiere o quella monumentale; e ancora la piazza con la statua e quell’altra con le automobili: tutte differenti ma comunque utili per farci incontrare e farci spettegolare. Come a dire, piazza che vai pettegolezzo che trovi, perché il luogo dove t’incontri non è indifferente all’invenzione narrativa!

piazza foto cesare salvadeo
Fotografia di Cesare Salvadeo
piazza foto cesare salvadeo
Fotografia di Cesare Salvadeo

Gli antropologi ci raccontano che quando si sono istituite le prime comunità umane, il riunirsi di uomini e donne attorno al fuoco per raccontarsi storie – a quel tempo non si chiamavano ancora pettegolezzi! – era la prima forma di organizzazione sociale per acquisire fiducia negli altri, per condividere le informazioni e garantirsi protezione e sostegno. Si sedevano, ballavano e cantavano su quello spiazzo sterrato in mezzo alle capanne del villaggio, accolti e avvolti dalla foresta, come possiamo ritrovare ancora oggi negli insediamenti Yanomami, tra Brasile e Venezuela. E questo spazio al centro del villaggio darà corpo all’idea di piazza al centro delle città: corte interna nel palazzo di Cnosso, che rimanda necessariamente al mito del labirinto di Minosse, costruito da Dedalo per rinchiudervi il Minotauro; poi all’Agorà greca e al Foro romano, di norma quadrangolari, con altari e templi e porticati a circondarle; infine, le piazze medievali, ad accompagnare le funzioni principali e accogliere i riti, civili e religiosi, della comunità cittadina.

piazza Fotografia di Diego Bardone
Fotografia di Diego Bardone

La nostra eccezionale socialità ci ha imposto di interagire continuamente con gli altri e condividerne le idee, con il risultato che ci influenziamo vicendevolmente con i prodotti della nostra mente. Ma perché questo processo di comprensione abbia successo è necessario entrare in empatia con le persone; possiamo apprendere solo con piacere, gusto, emozione. Per questo le storie, o meglio, i pettegolezzi funzionano bene. Dobbiamo proprio dircelo, tutti noi abbiamo un forte trasporto emotivo nello spettegolare sui fatti degli altri, e non solo in modo negativo e malevolo. Anzi, l’interessarsi agli altri, anche attraverso le curiosità più banali e gli intrecci personali, vuol dire sentire quelle persone parte della nostra famiglia sociale e, in fondo, volergli bene.

Fotografia di Cesare Salvadeo piazza

Fotografia di Cesare Salvadeo piazze
Fotografia di Cesare Salvadeo
la piazza Fotografia di Cesare Salvadeo
Fotografia di Cesare Salvadeo

Sappiamo tutti perfettamente che ai pettegolezzi non bisogna prestare molta attenzione, ma in ogni caso, sono parte di quel rito collettivo, infinitamente simbolico, che ci lega gli uni agli altri e ci permette di capire molte cose senza prepararci prima. Ed è sorprendente scoprire, come ci racconta il primatologo Richard Wrangham, che per convivere la nostra specie ha proceduto nell’auto-domesticazione usando il linguaggio come strumento di controllo sociale, e che il potere cospirativo proprio dei pettegolezzi ci ha permesso di formare coalizioni per escludere un membro del gruppo nel momento in cui diventava aggressivo e dominante. Ma il vociare pettegolezzi è anche la musica di fondo della piazza, per aggiornarsi sulle cose della vita e del mondo; infatti, da un pettegolezzo rubato può attivarsi un nuovo pensiero che farà da volano alla nostra evoluzione culturale.

piazze Fotografia di Diego Bardone
Fotografia di Diego Bardone

Al pettegolezzo umano è legata la nostra curiosità, altrimenti non avrebbe una così larga diffusione, e questo ci consente di passeggiare in città guardandoci intorno, osservare e ascoltare gli altri, immagazzinare informazioni, scegliere quelle che più ci interessano, focalizzarci su ciò che ci colpisce e ricevere degli shock emotivi, magari per un pettegolezzo origliato, ricostruire visioni e paesaggi, metterci in gioco e tornare a casa più ricchi di prima. La piazza, quando è ricca di occasioni stimolanti e momenti d’incontro, ha la capacità di amplificare le nostre attitudini più preziose, e cioè la curiosità, l’imparare sbagliando e la capacità di raccontare storie. Appunto, anche i pettegolezzi, che non servono solo a perdere tempo, ma a capire fin dove arriva la nostra intelligenza. Che non dipende tanto dalla dimensione del cervello, ma dal contributo dello stesso alla dialettica comune che, a ben vedere, per espressione e interpretazione è sempre uno spettacolo straordinario e dimostra la propria efficacia quando rimodella i nostri pensieri e guida i nostri comportamenti verso una collaborazione più efficace.

piazze fotografia roberto besana
Fotografia di Roberto Besana

Se sappiamo ascoltarla, la piazza racconterà chi siamo, come siamo e cosa sappiamo. Se sappiamo osservarla, ci mostrerà un mondo fatto di forme e figure simboliche capaci di narrarci la storia delle relazioni umane che si sono avvicendate nel tempo. Se sappiamo usarla, incoraggerà la nostra propensione a muoverci nello spazio, facendoci capire i limiti del nostro agire. Se sappiamo rispettarla, rispetterà la nostra umanità, permettendoci di entrare in empatia con i nostri simili. Se sappiamo viverla, ci plasmerà di continuo, dandoci forma come comunità. Se sappiamo abitarla, si prenderà cura di noi, fingendosi “casa” in ogni momento per accoglierci amichevolmente.

di Claudio Lucchin – architetto

Immagine in copertina: fotografia di Diego Bardone