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Sudafrica, dipinto di un volto segnato

National Route 2, Cape Town – Khayelitsha, ore 9. Musica afrobeat dalla radio della vettura. Guida sulla destra e cambio manuale, climatizzatore acceso nell’inverno australe che investe il trimestre giugno-settembre. Il Sudafrica è il terzo Stato più ricco del continente africano, eppure nemmeno nella capitale la maggior parte delle abitazioni sono convertite alla religione del riscaldamento centralizzato. Nelle automobili si sta più al caldo che nelle case.

Abitazioni di cemento si alternano a spiazzi verdi, poi popoli di lamiera. Bagni chimici esterni, come quelli dei cantieri in Italia; bucato steso su fili, sospeso sopra il suolo di ciottoli e fango. Un passato di apartheid si può superare formalmente, ma i bambini delle townships che giocano a calcio dietro ai guard-rail dell’N2 restano impiantati dietro gli occhi. Langa, Nyanga e Khayelitsha, townships dalla penisola verso l’interno, segni della cronologia della segregazione in ordine progressivo.

Sui guard-rail, uomini dall’incarnato color terra si scaldano le ossa sotto il primo sole del mattino, con divina indifferenza. Altri attraversano nella sincope tra le automobili in corsa, scavalcano per raggiungere la carreggiata opposta. Dietro le barre di acciaio, uomini e donne con sacchi giganti sulla testa procedono a passi lenti, in verso opposto a quello del traffico. Al mattino, uomini e donne in automobile vanno al lavoro al centro di Cape Town; i contadini si spostano verso le Winelands e le vigne, controcorrente.

Alcuni operai raggiungono i cantieri nel bagagliaio di un pick-up, ma nelle townships quasi la metà della popolazione è disoccupata. La prostituzione femminile è diffusa, così come l’HIV. Secondo i dati diffusi a livello internazionale, il Sudafrica è lo Stato con il più alto numero di casi di sieropositivi. È per questo che programmi di doposcuola come quello del centro GAPA (Grandparents Against Poverty and AIDS) e altri progetti di Education and Community Development, come quello di Baphumelele, sono chiamati quotidianamente a provare la loro utilità – anche grazie al sostegno di associazioni estere di beneficenza, come Freunde Waldorf. È qui che i cittadini della township possono ricreare la propria vita mettendosi a servizio della comunità e garantendo non soltanto speranza ai bambini e cure ai malati, ma anche opportunità lavorative e fonti di reddito alle proprie famiglie.

Un’altra occhiata ai dintorni. Quando i contratti che regolano i rapporti tra i netturbini e gli insediamenti informali saltano, la spazzatura dilaga tra una baracca e l’altra. Scatole di lamiera 4×4, che costano intorno ai 500-700 ZAR e per cui non c’è bisogno di pagare l’affitto. Da lì, ragnatele di cavi elettrici distendono illegali le loro braccia verso l’alto, fino a raggiungere l’impianto pubblico. Varie linee ferroviarie non sono più in funzione. I vandali grattano i binari per poi rivenderne il rame. Nella maggior parte dei corridoi del Shoprite locale manca la luce, però i frigoriferi restano attivi. Una donna sospira, ma niente di più. Sa che non si tratta di un blackout occasionale, o di una serie di guasti, ma di load-shedding. Periodi di blackout programmati, dovuti principalmente a debiti contratti dalla Eskom, la principale industria energetica del paese, peraltro di proprietà statale. Chi se lo può permettere compra generatori per raggirare le ore senza elettricità. Non potere accendere la luce la sera significa un aumento nei tassi di criminalità, ma anche l’impossibilità di studiare dopo le sei.

Forse però chi se lo può permettere sceglie di non vivere a Khayelitsha, dove la vita si trascina lenta, tra braai (barbecue sudafricano) che rendono l’aria brizzolata e piatti di chakalaka da cucinare. Di fronte alle verdure speziate, donne nere parlano isixhosa, con i capelli raccolti in un turbante. Tra loro, portarli avvolti in un foulard è usanza delle donne sposate. Una di loro aspetta un bambino. Sorride, non sembra per nulla preoccupata. Forse invece è proprio chi decide di passare la propria vita a Khayelitsha che si impegna a renderla un luogo ospitale.

Testo e fotografie di Gloria Ballestrasse