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Editoriale 6/MMXXII

“Potrei leggere il desiderio d’eternità perfino negli occhi di un pupazzo di neve”. È un’affermazione del romanziere rumeno Valeriu Butulescu che ben esprime la sete di infinito ovunque presente. Le riflessioni sul tema, dunque sulla vita e sulla morte, trascendono ogni epoca e ogni luogo e attraversano il pensiero tanto dell’umile eremita assorto nella sua condizione di spiritualità, quanto dell’ambizioso imperatore proteso a ingannare la morte attraverso ciò che rimane di se stesso. Non è un caso che la Roma antica inventò la damnatio memoriae per condannare all’oblio, cancellando ogni traccia di ricordo, chi fosse ritenuto colpevole di atti gravi. Il concetto della vita eterna affascina gli esseri umani essendo parte della loro costituzione, ma allo stesso tempo li spaventa. È la medesima suggestione che probabilmente colpì, nel III secolo a.C., Ying Zheng, conosciuto anche come primo imperatore cinese  col nome di Qin Shi Huangdi. A lui si deve l’unificazione dei precedenti regni feudali sotto un unico governo e sotto un’unica lingua, e l’inizio della costruzione della Grande Muraglia; e anche quell’imponente tomba che oggi conosciamo come “esercito di terracotta”: sono i famosi guerrieri di Xi’an. Oggi ne vediamo circa duemila ma si presume fossero addirittura diecimila. L’imperatore pare fosse ossessionato dalla ricerca dell’immortalità e così, nel caso in cui nessuno gli avesse procurato l’elisir di lunga vita, credette di aver bisogno di un esercito che gli stesse accanto anche nel regno dei morti. Un’opera maestosa e stupefacente, considerata la più grande scoperta archeologica del XX secolo ed entrata dal 1987 nel patrimonio UNESCO. La foto di copertina, e quelle che accompagnano il relativo articolo, sono spettacolari immagini in analogico scattate da Angelo Aldo Filippin  nel 2005 e finora mai pubblicate. D’altronde, anche la fotografia, in un mondo in cui la sabbia della clessidra scorre senza sosta, è un modo per riflettere sul tempo, sulla storia  e su quella tensione all’infinito che rappresenta l’essenza più profonda dell’uomo.

di Fabio Lagonia